I nemici del mondo arabo-musulmano

Pubblicato: 4 luglio 2013 in News

Oggi, la regione arabo-musulmana è entrata nella terza ed attuale fase storica che vede la fine di un mondo unipolare (dove la potenza egemone erano gli Usa) e la formazione di un equilibrio degli attori politici: il gioco-forza diventa poco a poco multipolare e, di fatto, ingestibile per gli Stati Uniti d’America.moscheamosca

Il mondo arabo e l’imperialismo americano-sovietico

Negli ultimi sessant’anni, la regione arabo-musulmana che si estende dal Marocco al Pakistan, ha vissuto tre grandi fasi geopolitiche legate profondamente agli equilibri planetari. Il primo periodo, quello della Guerra Fredda, fondato sulla contrapposizione tra il blocco statunitense e quello sovietico, vedeva come in ogni altra regione del mondo gli attori politici dell’area geografica allinearsi con uno campo o l’altro ad eccezione di quei popoli arabi che negli anni Settanta attraverso l’ideale “panarabo” conciliavano laicità, socialismo e nazione, smarcandosi sia dal marxismo internazionalista che dal capitalismo imperialista.

La sottomissione al modello neocon

Dopo il tracollo dell’Unione Sovietica nel 1989 e la sottomissione al Libero Mercato di Boris Eltsin, la regione arabo-musulmana chiude la pagina americano-sovietica consegnandosi ai voleri unilaterali di Washington che diventa padrone incontestabile. La “Pax Americana”, che in realtà si traduce nella frase in latino “divide et impera”, dura un ventennio e si dimostra un vero e proprio progetto di destabilizzazione iniziato con la guerra in Afghanistan nel 2001. Dettata dall’ideologia neo-conservatrice – una dottrina politica ideata nei “think tank” anglo-americani tra la resa dell’Unione Sovietica nel 1991 e i cosiddetti attentati dell’11 settembre e sostenuta dalla visione dello “scontro delle civiltà” del politologo Samuel Huttington – che con il pretesto di sradicare il terrorismo oppure di esportare la democrazia e i diritti umani, ha legittimato l’intervento militare delle potenze occidentali nei Paesi sovrani della zona (vedi la guerra alla Libia o all’Iraq). Un progetto che non ha visto solo l’intervento armato come mezzo di conquista, bensì che ha operato anche attraverso infiltrazioni nella politica interna, attentati mirati al fine di gettare benzina sul fuoco (spesso nei Paesi dove convivono comunità etniche e/o religiose diverse come in Libano) oppure favorendo “rivoluzioni colorate” (ad esempio durante la “primavera araba” in Nordafrica oppure nella crisi siriana).

Dal mondo unipolare alla resistenza islamica: rinnovamento della strategia neocon

I limiti di questa strategia sono state tuttavia evidenti e hanno generato resistenze locali, nazionali e transnazionali. Oggi, la regione arabo-musulmana è entrata nella terza ed attuale fase storica che vede la fine di un mondo unipolare (dove la potenza egemone erano gli Usa) e la formazione di un equilibrio degli attori politici: il gioco-forza diventa poco a poco multipolare e, di fatto, ingestibile per gli Stati Uniti d’America. Oggi, l’area geografica è divisa in due blocchi distinti e facilmente riconoscibili: da una parte c’è l’Impero americano-sionista con i suoi Stati satelliti e, dall’altra, troviamo la celebre “mezzaluna sciita” sostenuta dalla Russia di Vladimir Putin, che rilega l’Iran degli Ayatollah fino ad Hezbollah (il partito di Dio libanese) passando per la Siria di Bashar Al Assad. Dinanzi all’emergenza di questi nuovi attori coesi fra loro, l’oligarchia atlantica ha così rinnovato la sua strategia di dominio cavalcando i sollevamenti popolari – la cosiddetta “primavera araba” acclamata da tutti i media d’Occidente da Rabat fino ad Islamabad – scegliendo i suoi alleati per portare avanti la sua politica neo-conservatrice e contrastare la resistenza islamica incarnata dalla mezzaluna sciita. A seguito dei mutamenti politici provocati dalle molteplici ondate di protesta legate all’immobilismo dei governi dinanzi ad una situazione economica fragile e con poche prospettive di crescita (Marocco, Tunisia ed Egitto), o dalle pressioni delle potenze straniere (Libia e Siria), la Casa Bianca ha rinforzato il controllo della regione attraverso una normalizzazione (o una sponsorizzazione durante le elezioni) delle relazioni con i Fratelli Musulmani e un’intesa economica con i Paesi del Golfo, quali Qatar e Arabia Saudita. Di fatto non è un caso che molte delle nuove elite hanno avuto una formazione in Inghilterra, negli Stati Uniti d’America oppure un passato lavorativo a Riad o a Doha (vedi l’ex presidente egiziano Mohamed Morsi o l’ex leader del Cns siriano Sheikh Moaz Al Khatib).

La “primavera araba” e l’ascesa dei Fratelli Musulmani

Le “primavere arabe” – nate molto probabilmente in maniera autentica, spontanea, dal basso, per motivi economici, per rapporti di classe, per assenza di giustizia sociale – si sono trasformate velocemente in inverni freddi partorendo tutt’altre dinamiche, a partire dalla rivoluzione delle tradizioni e dei costumi. Questo fenomeno che ha visto cadere una serie di governi autoritari, corrotti e infeudati nel passato dall’Occidente ha aperto uno spazio importante ai movimenti islamici che hanno lottato per decenni, spesso solo per sopravvivere. Il partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Abdelilah Benkirane in Marocco, Ennahda in Tunisia e il Partito Libertà e Giustizia di Mohamed Morsi in Egitto (poi destituito dopo un anno e mezzo dalla giunta militare) hanno ottenuto attraverso le urne, il diritto di formare un governo. E le prospettive di un successo degli islamici non mancano neppure nello Yemen e in Libia. Di fatto solo questi cinque Paesi insieme rappresentano più della metà dei 300 milioni di persone che vivono nel mondo arabo, inoltre, cosa essenziale, inoltre tutti questi movimenti politico-religiosi si rifanno al moderno islam politico – o islamismo – ideato da Hasan al-Banna nel 1928, poi evoluto nella potente organizzazione dei Fratelli Musulmani alla quale sono tuttora legati.

La Turchia come modello liberista e islamico-conservatore

L’esperienza turca (è stato il primo Paese musulmano in cui è salito al potere un partito – Giustizia e Sviluppo, Akp – ideologicamente influenzato dalla Confraternita) è stata la dimostrazione di un patto tra gli uffici di Washington e i vertici della regione arabo-musulmana. Un’intesa che si è tradotta nel “modello Erdoğan”, nel quale si fanno coesistere l’adesione alla Nato, le relazioni con Israele e gli Stati Uniti, senza mai arrivare al punto di prendere iniziative in grado di modificare radicalmente gli equilibri regionali a favore dell’asse della resistenza (la mezzaluna sciita). E che allo stesso tempo promuove un modello economico di matrice liberale (l’ampio programma di privatizzazioni lanciato a seguito della crisi del 2001 ne è la prova) islamizzando silenziosamente la società (misure restrittive, ecc).

L’alleanza con le petro-monarchie del Golfo

Se da una parte l’Impero americano-sionista ha normalizzato i rapporti con i Fratelli Musulmani incidendo sulla politica interni degli Stati, dall’altra, ha stretto un’alleanza inversa alla mezzaluna sciita con le petro-monarchie del Golfo per recuperare terreno in quelle zone. Qatar e Arabia Saudita sono per il mondo arabo quello che sono gli americani per l’Europa. Al pari degli Usa, rappresentano per gli arabi l’oro contro il sangue, il consumo contro la cultura, l’integralismo religioso contro la laicità dello Stato. Poco importa se nei due Emirati vengono violati quotidianamente i diritti fondamentali dell’uomo, se la dinastia Saudita (che prende il nome dal suo fondatore del Paese, Ibn Saud) ed il Qatar della famiglia al-Thani regnano per diritto divino, se la società civile è retta dalla dottrina wahabita (fondamentalismo coranico), se un proverbio saudita afferma che “una donna non possiede altro che il suo velo e la sua tomba”,  se esiste la più violenta oppressione delle minoranze religiose e politiche della regione, se i prigionieri politici sono sottomessi alla tortura o alla pena di morte. Poco importa, perché i petro-dollari ed i dollari tout court  valgono sicuramente di più di quella democrazia esportata dal cielo.

 

Al Jazeera: una bomba mediatica al servizio del neo-colonialismo

Inoltre questa alleanza è ancora più netta, incisiva, pericolosa se si analizza la nascita dell’emittente televisiva qatariota “Al-Jazeera” , i suoi sviluppi e la sua influenza in chiave propagandistica. Nata negli Novanta dall’idea di due personalità franco-israeliane, i fratelli David e Jean Frydman, dopo l’assassinio di Yitzhak Rabin, con l’obiettivo di costruire un canale nel quale i popoli arabi e quello israeliano avrebbero potuto discutere, conoscersi,e conciliarsi Al-Jazeera si è lentamente trasformata in una macchina da guerra mediatica. Il culmine della manipolazione dell’informazione da parte dell’emittente qatariota è avvenuta nel 2011 quando ci furono i primi sollevamenti popolari in Nordafrica e in Vicino Oriente (dal Marocco alla Libia passando per la Siria). In quel frangente non solo oscurarono le rivolte interne alla penisola arabica, ma in più manifestarono una linea editoriale favorevole alla strategia occidentale nella regione (soprattutto per preparare l’intervento militare in Libia).

Sebastiano Caputo

(4 luglio 2013  http://www.lintellettualedissidente.it)

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