L’impegno di Obama in Medio Oriente

Pubblicato: 27 marzo 2013 in News

Duplice è l’impegno ribadito da Obama nella visita in Israele. La sempre più forte alleanza degli Usa con lo stato Obamaisraeliano, confermata dal fatto che «i nostri militari e i nostri servizi di intelligence cooperano più strettamente che mai». Ciò è indubbio. La creazione di «uno stato palestinese indipendente e sovrano». Ciò è falso. Lo «stato palestinese» che hanno in mente a Washington somiglia molto a una «riserva indiana»: quattro mesi fa, alle Nazioni unite, gli Usa hanno votato con Israele perfino contro il riconoscimento della Palestina quale «stato osservatore non-membro». Ma il dichiararsi favorevoli a uno stato palestinese accredita l’idea che gli Usa sono impegnati, come non mai, per la pace e la democrazia in Medio Oriente.
Obama ha fatto inoltre da paciere fra Turchia e Israele: Netanyahu ha telefonato a Erdogan scusandosi per gli «errori operativi» commessi nell’attacco alla Freedom Flotilla che trasportava i pacifisti a Gaza. Scuse subito accettate: sulle tombe dei pacifisti uccisi dagli israeliani sarà ora scritto «morto il 31 maggio 2010 per un errore operativo».
Dopo gli incontri in Israele, Obama ha fatto scalo ad Amman, ribadendo «l’impegno degli Stati uniti per la sicurezza della Giordania», messa in pericolo dalla «violenza che filtra attraverso la frontiera con la Siria». Occorre vedere, però, da quale direzione. Come documenta il Guardian, istruttori Usa, coadiuvati da francesi e britannici, addestrano in Giordania i «ribelli» che vengono infiltrati in Siria.
Si stringe così il cerchio attorno alla Siria, con l’operazione a guida Usa/Nato condotta attraverso Turchia e Israele (ora riconciliate) e la Giordania. Ed è pronto, per la spallata finale, il casus belli: il lancio di un razzo con testata chimica, che ha provocato la morte di decine di persone nella zona di Aleppo.
Parlando a Gerusalemme, Obama ha espresso solidarietà con «la crescente preoccupazione israeliana per le armi chimiche della vicina Siria», avvertendo che, se l’inchiesta troverà le prove che sono stati i militari siriani a usare l’arma chimica, ciò «cambierà le regole del gioco». In altre parole, minaccia un intervento «preventivo» Usa/Nato in Siria, con la motivazione di bloccare l’arsenale chimico prima che venga usato.
Se emergessero tali «prove», ciò vorrebbe dire che il governo siriano ha deciso di usare un razzo a testata chimica contro propri soldati e civili leali al governo (la quasi totalità delle vittime), per fornire agli Usa e alla Nato, su un piatto d’argento, la giustificazione per attaccare e invadere la Siria.
Intanto Washington ha già fornito ai «ribelli», insieme a dollari e armi, il futuro premier: Ghassan Hitto, cittadino statunitense di origine siriana. Un executive texano della tecnologia dell’informazione, formalmente scelto dai «ribelli».
Che cos’altro dovrebbe fare Obama per la pace e la democrazia in Medio Oriente?

Manlio Dinucci

(il Manifesto 26 marzo 2013)

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