IL KURDISTAN

Pubblicato: 7 dicembre 2012 in News

kurdistanIn curdo, il termine “kurd” significa “rude”. Nella lingua turca, la stessa parola significa “lupo”, come talvolta i Curdi si effigiano. In entrambi i casi, il termine dovrebbe indicare l’indomita natura di un popolo. Da lupi orgogliosi, i Curdi sono stati però trasformati negli anni in cani randagi, cacciati dai loro ripari più miseri.

Il popolo curdo consta di oltre 40 milioni di persone. Secondo l’Encyclopædia Britannica, il Kurdistan occupa 190.000 km², mentre ne occuperebbe 392.000 secondo l’Encyclopædia of Islam (di cui 190.000 km² solo in Turchia, 125.000 km² in Iran, 65.000 km² in Iraq, e 12.000 km² in Siria).

Dietro queste cifre, si nasconde uno dei luoghi più ricchi di petrolio del mondo, soprattutto in territorio iracheno. Nel territorio del Kurdistan turco, invece, continuano a sorgere numerose dighe, dove anche l’acqua è una risorsa. E’ in questa terra che corre il gasdotto che va dall’Iran alla Turchia e diversi oleodotti strategici iracheni.

Risalendo fino al 1514, dopo la battaglia di Cialdiran, il Kurdistan risultava già diviso tra l’Impero Ottomano e la Persia. Questa situazione, formalizzata poi con il Trattato di Zuhab del 1639, perdurò sostanzialmente fino al Novecento.

Alla fine della prima guerra mondiale, il principio di autodeterminazione dei popoli si era ormai radicalmente affermato ovunque. Con il trattato postbellico di Sèvres, che nell’agosto del 1920 regolava la pace tra gli alleati e l’Impero Ottomano, l’impero si ritrovò di fatto alla sua conclusione e fu suddiviso in nuovi territori. Il trattato prevedeva anche la tutela delle minoranze nazionali quali quella armena e quella curda. Gli articoli 62 e 64 garantivano ai Curdi la possibilità di indipendenza all’interno di confini scelti dalla Società delle Nazioni.

Sarà il “Padre dei Turchi” Mustafa Kemal Pasha, a rimettere in discussione il trattato dopo aver vinto la guerra d’indipendenza (combattuta dal 1920 al 1923). A Losanna, nel 1923, fu ratificato tra la Turchia e le ex potenze alleate un nuovo accordo che cancellava le concessioni fatte ai Curdi (così come agli Armeni). Il Kurdistan fu allora suddiviso tra gli altri stati.

Degna di nota fu la proclamazione della Repubblica Popolare Curda (con capitale a Mahabad), nella regione iraniana, il 22 gennaio 1946, con l’appoggio dell’Unione Sovietica. Anche in questo caso, la repubblica dura poco, solo fino al ritiro delle forze sovietiche. Il territorio fu riconquistato dalle truppe iraniane e i dirigenti della repubblica, compreso il presidente Qazi Muhammad, furono condannati a morte.

Arrivando ai giorni nostri, gli irredentisti curdi hanno spesso fatto uso della forza, sottoforma di guerriglia o di quelli che sono definiti comunemente come atti terroristici (più di terroristi però sarebbe corretto parlare di insorti). Ciò è riconducibile al fatto che i governi degli stati dove risiedono non soltanto storicamente non hanno accettato la loro indipendenza ma spesso hanno negato la stessa esistenza di una identità nazionale e politica curda.

Il Partito Democratico del Kurdistan e l’Unione Patriottica del Kurdistan in Iraq, come il Partito Democratico del Kurdistan Iraniano ed il Partito per la Libertà del Kurdistan in Iran sono gruppi armati che risultano ben equipaggiati ed addestrati. I Curdi hanno ricevuto l’appoggio del governo degli Stati Uniti sia in Iraq sia in Iran.

In passato, in Iraq, ad ogni mossa curda è seguita una repressione, come il bombardamento di Halabja da parte di Saddam Hussein (unica testimonianza del fatto che avesse avuto a disposizione armi chimiche). Dopo gli avvenimenti intercorsi dal 1990 al 2003 e conclusi con la caduta del regime di Hussein, il governo americano si è dimostrato favorevole alla creazione di una regione indipendente curda (con capitale a Kirkuk), sperando di veder sorgere in quella regione un governo filoamericano. In seguito, però, anche per pressione della Turchia (che da sempre teme che una indipendenza curda in un’altra regione possa comportare insurrezioni curde nella propria) il progetto è stato scartato. Le città, ricche di petrolio, di Kirkuk e Mossul non sono entrate a far parte della regione curda e i Curdi iracheni hanno accettato un Iraq federale (con capitale a Baghdad), chiedendo non più l’autonomia né l’indipendenza, ma un riconoscimento della loro stessa esistenza. (Di fatto, però, il Kurdistan iracheno risulta del tutto autonomo).

Non è infatti solo l’indipendenza politica che è negata al Kurdistan. Del loro popolo si è tentato di cancellare quasi ogni testimonianza. Si prenda ad esempio la lingua. In Siria i Curdi sono l’11% della popolazione, ma la loro lingua non ha nessun riconoscimento ed è stata anzi bandita dalle scuole pubbliche, dai canali televisivi e dalle stazioni radiofoniche. Inoltre, non vi sono giornali in lingua curda nè manifestazioni culturali correlate. In questa regione, negli anni ‘60 e ‘70, dalle zone curde gli insegnanti d’origine curda furono allontanati e sostituiti da insegnanti arabi. I toponimi curdi furono sostituiti da toponimi arabi. Migliaia di Curdi furono arrestati per il possesso di opere scritte in lingua curda o per aver preso parte, secondo l’accusa, ad organizzazioni clandestine curde. Il governo siriano deportò una parte della popolazione curda verso le zone centrali e sudoccidentali del paese. Nel 1963 fu tolta la cittadinanza a circa 100.000 Curdi.

In Turchia, lo stesso termine “curdo” è stato sostituito con “turco della montagna”. Il Kurdistan è infatti una regione montuosa e proprio tra le montagne vivono molti degli insorti. E’ tra le montagne che si trova quello che talvolta viene chiamato “il piccolo Kurdistan libero”. “La libertà è più difficile da toccare che il fuoco o la vetta di una montagna. E’ solo tra le montagne che impari cosa sia la libertà” ha affermato un membro del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. La lingua curda vicina al persiano, così come la loro identità e la loro origine. “Sin dal primo giorno di scuola il maestro disse di smettere di parlare curdo, perché non era una lingua vera: bisognava parlare la lingua turca, la lingua dei veri uomini”.

I Curdi in Turchia restano ancora un’organizzazione rurale e tribale, a differenza del resto del tessuto turco. Il Kurdistan turco ha un reddito pro-capite che è meno della metà della media nazionale. I servizi sanitari e di istruzione, così come il settore industriale, risultano terribilmente arretrati. Vi è, da questo punto di vista, una netta linea di confine tra il Kurdistan e il resto della Turchia.

IL PKK

Il PKK è il partito nato il 27 novembre 1978 da un movimento di matrice maoista sorto sette anni prima. Il partito è stato sin da subito sotto la guida dei fratelli Osman e, principalmente, Abdullah Öcalan. Meno di due anni dopo, in Turchia l’esercito prese il potere tramite un colpo di stato. Tutti i partiti furono vietati e il parlamento fu sciolto. Questa situazione perdurò per quattro anni, quando si passo ad una nuova forma di governo, formalmente democratico, ma monopartitico e sotto la guida dell’esercito. In queste condizioni, il PKK scelse la via della lotta armata. Nel 1980, quando cominciò la ventinovesima rivolta degli irredentisti Curdi, non fu solo una rivolta locale ma fu una vera e propria guerra: il PKK aveva dato inizio alla lotta per la liberazione del Kurdistan turco.

Il giorno del capodanno curdo (Newroz) del 1982, il 21 marzo, giorno da cui inizia il periodo di maggiore luminosità quale l’estate, il detenuto politico Mazlum Dogan si appicca il fuoco in carcere per denunciare la spregevole condizione dei detenuti curdi nelle carceri turche. Fuoco e luce, nella filosofia curda, rappresentano la libertà.

Dopo tredici anni di violenta lotta, senza aver ancora raggiunto il suo obiettivo, il PKK, d’intesa con altri partiti irredentisti curdi quali il PDK e l’UPK, accettò di deporre le armi in cambio dell’autonomia. Si arrivò così ad una tregua tra il PKK e il governo turco e a porre le basi per un negoziato di pace. Il governo sospettò però che la tregua fosse solo un diversivo dei ribelli per procurarsi intanto nuove armi ed organizzare nuovi attentati e, di risposta, intensificò la repressione che si estese anche ai simpatizzanti non curdi del PKK. Tra questi, va ricordata la parlamentare Leyla Zana che sottolineò in un discorso al parlamento (tenuto in lingua curda) il bisogno di concedere ai Curdi un loro stato.

Nel 1998 Abdullah Öcalan, che è tutt’ora il capo del PKK, si trasferì in Italia chiedendo asilo politico. Sotto pressione del governo turco, il governo D’Alema temporeggiò. Nel 1999, Öcalan si diresse in Kenya sperando di ottenere un’accoglienza migliore. Lì fu raggiunto, senza risultati, da Giuliano Pisapia e Luigi Saraceni, suoi avvocati. Öcalan fu però intercettato dalla CIA e dal MIT (i servizi segreti turchi), riportato in Turchia e da allora è confinato nell’isola di Imrali, in completa solitudine (non ha avuto la possibilità di incontrare né i parenti né i suoi legali negli ultimi diciotto mesi).

Da lì giungono notizie inquietanti sulla salute di Öcalan, ma egli continua a scrivere importanti opere sul tema del futuro della Turchia. (Il tribunale italiano gli concesse l’asilo politico quando era ormai già detenuto da tempo nel carcere turco. La scorsa estate, durante un suo soggiorno in Turchia, l’avvocato che lo difese è stato fatto rientrare subito in Italia in quanto “ospite non gradito”). A volte, arrivano sue dichiarazioni in cui si definisce dispiaciuto per la situazione e per le violenze nel paese ma bisogna tener presente che quello che trapela dalle sue affermazioni è in ogni caso controllato e filtrato dal governo turco. Intanto, la Turchia arrivò nel 1998 agli accordi di Adana, in cui la Siria cessava di appoggiare il PKK, come aveva fatto precedentemente, per puntare invece ad un atteggiamento conciliatorio con il governo turco. Gli accordi di Adana sono il risultato della minaccia turca di un conflitto armato contro. Infatti, il governo turco aveva già ammassato le sue truppe al confine siriano.

Nel 2000 l’Unione Europea invitò a Strasburgo un rappresentate del Kurdistan turco come portavoce permanente. La Turchia ha recentemente consentito la trasmissione in televisione di programmi in curdo, sebbene l’uso della lingua curda in ambito politico (e non solo) resti severamente proibito. Si ricorda il caso del processo avviato dalla Alta corte criminale contro 152 politici curdi accusati di promuovere il terrorismo, ai quali non fu permesso difendersi in curdo. Negli ultimi anni la concessione di maggiori diritti per la popolazione curda è sembrata intesa a favorire il processo di entrata di Ankara nell’Unione europea.

Tuttora, la pena per chi manifesta in favore del Kurdistan può ammontare fino a 35 anni di carcere.

ANNI RECENTI

Il dirigente curdo Murat Karayilan, del PKK, ha dichiarato: “Innanzitutto le armi devono tacere. Non bisognerebbe lanciare nuovi attacchi e a quel punto dovremmo confrontarci non con le armi, ma con il dialogo. Vogliamo che si metta fine allo spargimento di sangue perché gli anni passano e continuiamo a tornare sempre allo stesso punto. Non si metterà fine al PKK con l’uso delle armi”.  Nonostante queste affermazioni, numerosi attentati presero luogo verosimilmente per volere del PKK, come quello del 14 luglio 2011: a Silvan, nella provincia del sud-est di Diyarbakır, considerata la “capitale curda”, uno scontro a fuoco tra l’esercito e i guerriglieri del PKK ha fatto 13 morti tra i soldati e 7 tra gli assalitori. Stando però ad un rapporto alternativo del PKK, di cui si occupò il quotidiano indipendente Taraf, a Silvan si è verificato uno scontro fortuito, non un’imboscata. Proprio il 14 luglio, il DTK, una rete di organizzazioni a favore dei Curdi, aveva discusso di un’autonomia democratica per il Kurdistan turco e ciò fu percepito dal governo turco come una provocazione pericolosa.

Ancora, il 25 luglio del 2011 altri tre soldati turchi sono stati uccisi in un’imboscata dei guerriglieri nel sud-est del paese nella provincia di Mardin. Il 17 agosto per la prima volta aerei da guerra turchi hanno sconfinato nello spazio aereo iracheno per bombardare postazioni dei guerriglieri curdi del PKK. Il 24 settembre i guerriglieri curdi del PKK hanno lanciato un attacco ad una stazione di polizia uccidendo cinque poliziotti e ferendone una decina.

Occorre però risalire di qualche mese, tornando all’attentato dinamitardo del 31 ottobre 2010 a piazza Taksim di Istanbul, dove persero la vita 32 persone. Il PKK ha subito dichiarato l’estraneità ai fatti. Da mesi infatti vigeva un cessate il fuoco e da anni non avvenivano attentati suicidi da parte del PKK. Inoltre, Karayilan aveva rilasciato un’intervista a Ertuğrul Mavioğlu, del quotidiano Radikal, dichiarando che il gruppo non avrebbe più colpito civili. E’ stato ipotizzato allora che alcune cellule del PKK presenti in Turchia operassero autonomamente. “Anche nel caso dell’attacco in cui sono stati uccisi 32 soldati, quello della regione di Reşadiye e del bombardamento a Diyarbakır, il PKK in un primo momento aveva negato ogni coinvolgimento. Poi però aveva dovuto ammettere che a compiere gli attentati erano state alcune cellule del partito”, ha ricordato Hüseyin Yayman, analista del SETAV (Istituto per la ricerca politica, economica e sociale) allo Hürriyet Daily News Economic Review.

La conferma dell’esistenza di cellule indipendenti arrivò pochi giorni dopo, quando i TAK, i Falchi della Libertà del Kurdistan, rivendicarono l’attacco. Sul loro sito si leggeva che l’attentatore, Vedat Acar, nome in codice Derweş, aveva agito di sua iniziativa. I media turchi hanno riferito che Acar è stato addestrato in un campo PKK nell’Iraq settentrionale. Sempre sul sito internet del TAK, è spiegato che il TAK stesso fosse originariamente parte del PKK e solo successivamente si fosse distaccato dato che non riteneva troppo deboli i metodi usati dal PKK, nonostante continui a considerare Öcalan il proprio leader. In risposta, il PKK ha condannato il gesto del TAK immediatamente, ha invocato la fine delle violenze, ha ribadito di non aver controllo sul TAK e quindi che non può esserne considerato il responsabile. Resta però una domanda: cosa sarebbe, secondo il governo turco, delle migliaia di militanti del PKK se abbandonassero le armi?

In Iraq, dopo la caduta di Saddam, sono arrivati investimenti finanziari da parte della Turchia di cui lo stesso leader dei Curdi, Barzani, ha usufruito. Va ricordato come l’esportazione di gas naturale e petrolio dall’Iraq passi attraverso la Turchia. Il governo turco attua questo comportamento per accattivarsi una parte del Kurdistan e dividerlo dall’interno. In coordinazione con gli Usa e il Governo regionale del Kurdistan iracheno, l’esercito turco poté portare avanti, nel 2008, delle incursioni nell’Iraq settentrionale contro i militanti del PKK. E’ lì che gli irredentisti curdi turchi e iraniani hanno una parte delle loro basi operative.

Cosa è accaduto con lo scoppio della rivolta in Siria? Ufficialmente, il governo siriano aveva tenuto fede agli accordi di Adana e accusato il PKK di terrorismo. Nonostante ciò, alcuni  avvenimenti avevano fatto sorgere il dubbio che il governo siriano appoggiasse i Curdi, da quando la Turchia ha preso le distanze da Bashar al-Assad ed ha ospitato l’Esercito libero siriano. Il numero due e capo di fatto delle forze di guerriglia del PKK, Cemal Bayik, ha detto che, se la Turchia dovesse attaccare il governo siriano, il PKK si schiererebbe in suo aiuto. Soprattutto, gli attacchi del PKK sono aumentati, con violenza pari a quella di prima degli accordi di Adana, cioè quando la Siria lo appoggiava.

Sembrerebbe anche che il governo siriano non abbia perso l’area nord-est, una delle regioni più ricche di petrolio e acqua, ma che l’abbia tacitamente affidata alle milizie curde. (Che però ora si ritrovano ad interagire con i Curdi dell’Iraq di Barzani, partner economico della Turchia). Ciò sembra testimoniato dalla facilità con cui sono stati rilasciati questi territori dal regime siriano ai Curdi, in assenza di scontri armati contro il regime. La repressione del regime è stata infatti più blanda che nel resto del paese. Questa estate, su 17.042 uccisi in 16 mesi di violenze in Siria, stando al Centro di documentazione delle violazioni in Siria,  solo 119 si sarebbero registrati nel capoluogo della regione nord-orientale. Forse, ancor più che voler lasciare il territorio ai Curdi, il governo siriano ha preferito concentrarsi esclusivamente contro i ribelli e non disperdere le forze su più fronti contrastando entrambe le fazioni.

La frontiera tra la Turchia e la Siria resta territorio curdo. La situazione bellica ha comportato l’aumento dell’emigrazione. Secondo l’Institut Kurde di Parigi, in Germania vivono circa 500 mila curdi, in Francia 100 mila, nei Paesi Bassi 80 mila, in Svizzera 70 mila, in Austria e Belgio 60 mila, in Svezia 30 mila, in Gran Bretagna e in Grecia 25 mila. Mi sono diretto ad Istanbul durante la celebrazione dello scorso Ramadan: ciò che non appare evidente è come, anche grazie a questo processo migratorio, Istanbul sia diventata la città turca maggiormente abitata dai Curdi. Anche in Italia è presente una comunità curda, ma di dimensioni ridotte. Ho avuto anche modo di incontrare la comunità curda a Roma, ma in Italia i Curdi sono concentrati principalmente a Modena.

Quale è la situazione in Siria, tra i Curdi che appoggiano la rivolta? Alcuni sostengono la rivolta contro il governo siriano, ma prendono le distanze dai ribelli non curdi. Altri, la maggioranza, non si schierano a favore dei ribelli per non trovarsi alleati con la Turchia. Altri ancora non si sbilanciano e attendono di capire chi sia il vincitore.

Negli ultimi giorni, in Turchia, nonostante non si sia dato nessun risalto su pressoché nessuna testata, 700 detenuti politici (e si vocifera 10.000 persone esterne al carcere) hanno effettuato uno sciopero della fame. Lo sciopero, indetto per protestare contro le condizioni di isolamento carcerario imposte ad Öcalan, è terminato soltanto quando a quest’ultimo è stata data la possibilità, dopo diciotto mesi, di incontrare un suo parente, suo fratello. Con lo sciopero della fame sono state altresì denunciate le condizioni in cui vertono le carceri turche in cui sono detenuti i Curdi.

http://www.eurasia-rivista.org

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