Al Cairo transizione pilotata

Pubblicato: 27 luglio 2011 in News

In una toccante cerimonia alla Casa bianca, il presidente Obama ha commemorato un giovane businessman egiziano ucciso dalla polizia di Mubarak (armata e addestrata dagli Usa), insignito del «Premio Democrazia 2011» dalla National Endowment for Democracy (Ned). Gli Stati uniti, ha ribadito il presidente, sostengono fortemente la transizione alla democrazia in Egitto, valorizzando la leadership delle voci emergenti, soprattutto giovani, nella società civile. Se ne occupano la Ned e altre organizzazioni «non-governative», in realtà emanazioni del Dipartimento di stato e della Cia, che finanziano in Egitto decine di progetti. Altri programmi sono gestiti direttamente dal governo Usa. Il Global Entrepreneurship Program, istituito dall’amministrazione Obama per «promuovere la cultura imprenditoriale nei paesi in via di sviluppo», organizza corsi, tenuti da imprenditori statunitensi, cui partecipano giovani egiziani delle classi media e medio-alta. I migliori vengono invitati negli Usa per corsi di perfezionamento. Curata soprattutto la formazione di giovani gestori di siti Internet, in inglese e arabo, i quali ricevono finanziamenti e know how anche da società private statunitensi. Viene così allevata una nuova classe dirigente egiziana, che il New York Times definisce «gli imprenditori della rivoluzione». Una «rivoluzione» pilotata da Washington, il cui obiettivo è dare un volto «democratico» a un paese in cui il potere continui a poggiare sui vertici delle forze armate. Quella casta militare finanziata, armata e addestrata dagli Stati uniti, che durante il regime di Mubarak è stata la vera detentrice del potere. La stessa che si è presentata come garante della «ordinata e pacifica transizione», richiesta dal presidente Obama quando il dittatore Mubarak, dopo oltre trent’anni di onorato servizio agli Usa, è stato rovesciato dalla sollevazione popolare. Con i miliardi di dollari ricevuti da Washington e un bilancio tenuto segreto al parlamento, essa ha creato una propria base economica, comprendente catene di hotel, magazzini di prodotti elettronici, industrie automobilistiche e molte altre attività. Su questa casta militare-economica punta Washington per l’«ordinata e pacifica transizione» che lasci intatti i pilastri del dominio statunitense sul paese. Continua quindi a finanziarla ed armarla, anche se al Congresso vi sono dubbi sulla sua affidabilità. Non tutto, infatti, va come vorrebbero alla Casa bianca. I manifestanti sono tornati in piazza Tahir, vedendo deluse le loro aspettative di reali cambiamenti democratici, in un paese dove oltre il 40% della popolazione vive in povertà. I vertici militari, pur reprimendo le manifestazioni, hanno dovuto fare delle concessioni, come il rimpasto del governo e il prepensionamento di 600 poliziotti, autori della sanguinosa repressione di piazza Tahir. Non hanno però rivelato i nomi dei poliziotti e nessuno è stato punito. E sono sempre i vertici militari garanti della nuova costituzione, la cui scrittura è affidata a una commissione nominata dagli stessi militari. Come suprema garanzia vi è l’impegno degli Stati uniti, ribadito dal presidente, di sostenere i diritti universali non solo in Egitto ma in tutti i paesi della regione.

 Manlio Dinucci

(il manifesto, 26 luglio 2011)

 

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