I «volenterosi» armano i ribelli e intensificano gli attacchi aerei

Pubblicato: 22 aprile 2011 in News

 Ai ribelli libici verranno fornite «armi ma non solo, anche strumenti di comunicazione e apparati per l’intercettazione delle comunicazioni radio del regime»: lo ha annunciato il ministro degli esteri Frattini di ritorno dalla riunione del «Gruppo di contatto» (di cui fanno parte 20 paesi e organizzazioni internazionali) svoltasi a Doha, capitale del Qatar. Sede ideale per la difesa dei «diritti umani» in Libia, richiesta dal segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, presente anche lui a Doha: il Qatar, che partecipa alla guerra in Libia con i cacciabombardieri Mirage vendutigli dalla Francia, è governato da una monarchia ereditaria, che non solo concentra nelle proprie mani tutti i poteri e nega al suo popolo i più elementari diritti umani, ma ha inviato truppe in Bahrain a schiacciare nel sangue la richiesta popolare di democrazia.

Mentre tutti sono d’accordo nel dare finanziamenti ai ribelli, ha detto Frattini, sulla fornitura di armi «non c’è una unanimità di previsione e ogni paese potrà valutare come aiutare». Tra i ribelli vi sono infatti gruppi islamici – come il Gruppo combattente islamico, fondato in Afghanistan da mujaheddin libici e collegato alla Cia e al MI6 britannico – che oggi sono utili contro Gheddafi, ma domani potrebbero essere pericolosi per gli interessi statunitensi e alleati in Libia. Italia, Francia e Qatar hanno comunque accettato di fornire armi ai ribelli, ha detto il portavoce del «Comitato nazionale transitorio» a Bengasi, precisando che si stanno «definendo gli ultimi dettagli». Naturalmente, insieme alle armi, saranno inviati in Libia anche istruttori italiani e francesi per addestrare i ribelli al loro uso.

Il «Gruppo di contatto», che si riunirà di nuovo a Roma agli inizi di maggio, è stato unanime nel chiedere all’Alleanza atlantica di «intensificare i raid aerei contro le forze del regime». Da quando la Nato ha assunto il comando della guerra in Libia, ridenominata «Operazione protettore unificato», la sua Task force congiunta, il cui quartier generale è a Napoli, ha effettuato in due settimane, con circa 200 aerei, oltre 2.000 raid in Libia, in media 160 al giorno. Agli attacchi, effettuati soprattutto da cacciabombardieri britannici e francesi, partecipano anche quelli statunitensi passati dalla U.S. Air Force alla Nato. Tra gli aerei Usa messi a disposizione della Nato vi sono gli A-10 Thunderbolt e AC-130 Specter, i cui cannoni sparano fino a 6mila proiettili al minuto, per la maggior parte a uranio impoverito.

Secondo i resoconti ufficiali della Nato, in un solo giorno (12 aprile) sono stati distrutti dagli attacchi aerei 16 carrarmati e altri veicoli. La ripresa video, effettuata da un aereo britannico a Misurata, mostra un carrarmato che viene inquadrato nel mirino e che improvvisamente esplode, con una deflagrazione dall’interno: il tipico effetto di un missile con testata a uranio impoverito che, forando la corazza ed esplodendo all’interno, sviluppa una temperatura di migliaia di gradi. Dall’esplosione del carrarmato, ripresa dall’aereo, si leva una grande nube che si propaga nella zona abitata circostante: è il pulviscolo radioattivo che provoca tumori e anche malformazioni nelle generazioni successive. Gli attacchi aerei però non bastano e il «Gruppo di contatto» chiede che siano intensificati. Mentre il segretario generale dell’Onu dichiara, alla riunione di Doha, di essere «preoccupato per la situazione umanitaria in Libia».

 Manlio Dinucci

(il manifesto, 15 aprile 2011)

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