Altre armi e aerei per la guerra in Libia

Pubblicato: 22 aprile 2011 in News

Mentre la Nato stabilisce una «sala operativa congiunta» con i ribelli

 Mustafa Abdu Jalil, che meno di due mesi fa era ministro della giustizia di Gheddafi, è oggi in visita ufficiale a Roma, dove, in veste di «presidente del consiglio nazionale di transizione libico», incontra il ministro degli esteri Franco Frattini e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, e viene ricevuto dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano. Ciò che più interessa a Jalil è quanto Frattini gli ha promesso alla recente riunione del «Gruppo di contatto» a Doha: «Armi ma non solo, anche strumenti di comunicazione e apparati per l’intercettazione delle comunicazioni radio del regime».

Il generale Abdul Fattah Younes, capo di una tribù della Cirenaica che fino a due mesi fa era ministro dell’interno di Gheddafi e che ora è a capo delle forze anti-Gheddafi, ha dichiarato in una intervista ad Al Arabiya che le sue forze «stanno ricevendo armi», anche se non ha specificato da chi. Lo ha detto l’emiro del Qatar, Sheik Hamad bin Khalifa al-Thani, che ha dichiarato alla Cnn di aver inviato forniture di armi ai ribelli. Negli ultimi giorni sono arrivati a Bengasi, dal Qatar, molti container contenenti «aiuti umanitari». Il Qatar, ricorda il New York Times, ha già riconosciuto, insieme all’Italia e alla Francia, il consiglio di Bengasi quale «legittimo governo della Libia».

Il vice-presidente del consiglio di Bengasi, Abdul Hafidh Ghoga, ha detto di aver richiesto istruttori stranieri per l’uso delle armi, e il portavoce Mustafa Gheriani ha specificato che sono stati aperti «centri professionali di addestramento». In una conferenza stampa a Bengasi, sabato scorso, Ghoga ha inoltre dichiarato che «le forze Nato e i ribelli libici hanno stabilito una sala operativa congiunta», per coordinare le operazioni terrestri con gli attacchi aerei effettuati dalla Nato.

Dal 31 marzo ad oggi il Comando della forza congiunta alleata, il cui quartier generale è a Napoli, ha effettuato oltre 3.000 incursioni aeree in Libia, in media 150 al giorno. Gli attacchi vengono condotti per circa la metà da cacciabombardieri francesi e britannici, per il resto da aerei belgi, danesi, norvegesi e canadesi. Un quarto delle incursioni è effettuato da aerei Usa, con il compito prevalente di individuare gli obiettivi e interrompere le telecomunicazioni nemiche. A questo punto però, scrive il Washington Post, emergono «i limiti dei paesi europei della Nato nel sostenere una azione militare relativamente piccola per un periodo esteso»: scarseggiano le bombe a guida laser, e quelle statunitensi non sono utilizzabili dagli aerei francesi e britannici. Funzionari del Pentagono prevedono perciò che verranno impiegati di nuovo per i bombardamenti anche aerei Usa, compresi gli A-10 Thunderbolt e AC-130 Specter, i cui cannoni sparano migliaia di proiettili al minuto (per la maggior parte a uranio impoverito).

E smentendo la «riluttanza» del governo italiano a impiegare aerei per il bombardamento, un alto funzionario Usa, citato dal Washington Post, dichiara: «E’ probabile che l’Italia fornisca aerei per missioni di attacco al suolo».

Manlio Dinucci

(il manifesto, 19 aprile 2011)

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