L’USO DELLA FORZA NELLA DOTTRINA OBAMA

Pubblicato: 4 aprile 2011 in News

Usa “riluttanti”, costi e rischi agli alleati

In un discorso alla nazione, lunedì sera a Washington, il presidente degli Stati uniti ha esposto, riferendosi alla Libia, quella che il New York Times definisce la «dottrina Obama». Ecco, in sintesi, i punti fondamentali.

1) «Per generazioni, gli Stati uniti d’America hanno svolto un ruolo unico di ancora della sicurezza globale e difensore della libertà umana». Obama si pone così nella continuità di una politica che, solo negli ultimi cinquanta’anni, ha visto gli Usa portare il mondo sull’orlo della catastrofe, fabbricando 70mila armi nucleari (in confronto alle 55mila dell’Urss); fare una serie di guerre (Vietnam, Golfo persico, Balcani, Afghanistan, Iraq, ecc.),  colpi di stato e operazioni segrete (Iran, Guatemala, Indonesia, Cile, Nicaragua, ecc.).

2) «Non esiterò mai a usare la nostra forza militare rapidamente, decisamente e unilateralmente per difendere il nostro popolo, i nostri alleati e interessi fondamentali: per questo inseguiamo al Qaeda ovunque cerca di mettere piede, e continuiamo a combattere in Afghanistan». La guerra in Afghanistan viene così motivata, attraverso altre parole, con lo stesso argomento usato dal presidente Bush sulla necessità di una  continua guerra per inseguire l’oscuro nemico terrorista che «si nasconde negli angoli bui della terra».

3) «Siamo naturalmente riluttanti a usare la forza, ma quando i nostri interessi e valori sono in gioco, abbiamo la responsabilità di agire». Viene così motivato l’intervento in Libia, dove «per oltre quattro decenni il popolo è stato dominato da un tiranno, Muammar Gheddafi». Non si spiega, però, perché meno di due anni fa, il 21 aprile 2009, la segretaria di stato Hillary Clinton dichiarava ufficialmente: «Apprezziamo profondamente le relazioni fra Stati uniti e Libia, e desideriamoardentemente svilupparle». La vicenda ricorda quella di vent’anni fa, quando Saddam Hussein, prima alleato degli Usa contro l’Iran di Khomeini, divenne improvvisamento un odiato tiranno contro cui gli Usa mossero guerra. E oggi, come allora, gli «interessi e valori» vengono messi in gioco quando entra in gioco il possesso del petrolio.

4) «Il ruolo dell’America sarà limitato: non manderemo truppe terrestri in Libia». Gli Stati uniti hanno già seguito questa via in Iraq, «ma il cambio di regime ha richiesto otto anni, migliaia di vite americane e irachene, e una spesa di quasi mille miliardi di dollari: è qualcosa che non possiamo permetterci di ripetere in Libia». La lezione irachena insegna dunque agli Usa a non impantanarsi, da soli o quasi, in una guerra di lunga durata, come fu quella del Vietnam. Da qui il passaggio conclusivo.

5) «Gli Stati uniti, essendo la nazione più potente del mondo, saranno chiamati spesso ad aiutare. Ma la leadership americana non è semplicemente andare da soli e caricare tutto il peso sulle nostre spalle. La vera leadership è lavorare con gli alleati, così che essi portino la loro parte di peso e paghino la loro parte dei costi». Questo, sottolinea Obama, «è il tipo di leadership che abbiamo dimostrato in Libia». Il passaggio di comando dagli Stati uniti alla Nato (sempre sotto comando Usa), che avviene ufficialmente oggi, implica che «il rischio e il costo dell’operazione saranno ridotti significativamente per i militari e contribuenti statunitensi». Aumentaranno invece significativamente per i militari e i contribuenti dei paesi alleati, Italia compresa. Spetterà agli alleati inviare truppe terrestri in Libia, in una guerra logorante di tipo iracheno condotta sotto la leadership statunitense.

Manlio Dinucci

(il manifesto, 30 marzo 2011)

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