FUKUSHIMA – Il reattore n. 3 esploso è alimentato da Mox, misto di ossidi d’uranio e plutonio

Pubblicato: 20 marzo 2011 in News

La nuova catastrofe del business nucleare

Riguardo al nucleare, «spiegherò ai cittadini che si può fare in sicurezza e che non è giusto avere paura: garantire la sicurezza di un reattore nucleare è obiettivo non difficile»: così dichiarava il 3 marzo in una intervista alla Stampa il prof. Umberto Veronesi, appena dimessosi dal gruppo Pd del Senato per assumere la carica di presidente dell’Agenzia per la sicurezza nucleare. Una settimana dopo la catastrofe nucleare in Giappone, le cui conseguenze possono essere molto più gravi di quelle prospettate.

Il reattore n. 3 della centrale di  Fukushima, esploso lunedì, è infatti alimentato da combustibile Mox, un misto di ossidi di uranio e plutonio, molto più radioattivo del combustibile all’uranio. Esso aumenta i rischi di incidenti nucleari e, in caso di fuoriuscita, è estremamente più dannoso. Una contaminazione da Mox causa livelli molto più alti di tumori. Basti pensare che il plutonio, dati i tempi di dimezzamento,  resta pericoloso per 250mila anni. Questa nuova catastrofe conferma, con drammatica evidenza, che la via del nucleare è impraticabile.

La costruzione di reattori elettronucleari, dopo aver raggiunto il culmine negli anni ’70 e ’80, si è praticamente fermata nei paesi più sviluppati: dei 55 nuovi reattori solo uno è in costruzione negli Usa, la maggior parte si concentra in Cina, Russia e India.  Anzitutto perché l’energia elettronucleare è sempre meno competitiva. Al prezzo pagato dai cittadini, si aggiunge un 30% che essi pagano indirettamente attraverso il denaro pubblico dato alle società private del settore elettronucleare. E i costi di costruzione delle centrali sono quasi raddoppiati nell’ultimo decennio.

Vi è poi il problema di dove stoccare le oltre 300mila tonnellate di scorie radioattive, in crescita ogni anno di 10mila t, che restano pericolose per secoli e millenni. Per Veronesi «ci sono le soluzioni per farlo, dentro una montagna o a grandi profondità».  Nessun paese ha invece trovato la soluzione: negli Usa il senato ha rinunciato nel 2009, per ragione di costi e sicurezza, al deposito sotterraneo nel Monte Yucca (Nevada), dopo 25 anni di lavori e una spesa di 13,5 miliardi di dollari. E altri materiali radioattivi si accumulano quando, dopo 30-40 anni (non 60-100 come sostiene Veronesi), l’intera centrale deve essere smantellata.

Poiché il costo dello smantellamento e della decontaminazione del sito (circa un miliardo di dollari negli Usa) è in continuo aumento, le società private che gestiscono le centrali chiedono ai governi l’autorizzazione a prolungarne l’attività. Ciò comporta però più alte spese di manutenzione e maggiori rischi di guasti e incidenti: il reattore n. 1 della centrale di Fukushima, esploso sabato, aveva raggiunto i 40 anni di attività. Entro il 2020, oltre 150 reattori elettronucleari avranno raggiunto o superato questo limite. Entro il 2030, se ne aggiungeranno oltre 200, che per essere smantellati richiederanno altri sussidi pubblici.

Il problema più grave, praticamente insoluto, è quello della sicurezza degli impianti nucleari.  Nel maggio 2010, lo stesso Veronesi e altri illustri scienziati, tra cui Margherita Hack e Carlo Bernardini, hanno chiesto con una lettera aperta al segretario del Pd Bersani di rivedere la posizione anti-nucleare, sostenendo che il nucleare costituisce una «insostituibile opportunità» per il nostro paese e che «il record di sicurezza degli impianti nucleari non ha paragoni con quello di ogni altra filiera energetica». Ne erano convinti anche coloro che hanno costruito in Giappone, in zone altamente sismiche e soggette allo tsunami, reattori nucleari al plutonio.

Manlio Dinucci

(il manifesto 16 marzo 2011)

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