ARMI AI RIBELLI – Washington ha scarse informazioni sui rivoltosi: la Cia si mobilita. Camp Darby e Sigonella al centro delle manovre Usa

Pubblicato: 20 marzo 2011 in News

Prima di spedire dollari e fucili il Pentagono farà «l’esame» agli insorti

Riferendosi ai ribelli libici che combattono contro Gheddafi, il portavoce della Casa bianca Jay Carney ha dichiarato: «La possibilità di armarli, di fornire loro armi, è una delle opzioni che stiamo considerando». Ma, ha aggiunto, se scegliamo questa opzione dobbiamo essere «ben informati» e consapevoli di «ciò che cerchiamo di realizzare».

Washington – spiega The New York Times – sta ben attenta a non gettare armi in un conflitto che coinvolge «gruppi su cui vi è una limitata intelligence». Sarebbe «prematuro», ha detto Carney con tono ironico, «inviare un carico di armi a una casella postale in Libia». Per questo, «stiamo usando molti canali per contattare gruppi e individui dell’opposizione, per sapere di più sugli scopi che perseguono, su ciò che vogliono».

In altre parole: i diversi gruppi che partecipano alla ribellione vengono sottoposti a una sorta di esame da agenti della Cia e funzionari Usa, evidentemente già al lavoro in Libia. Lo ha confermato indirettamente Mustafa Abd al Jalil (già ministro della giustizia con Gheddafi, oggi presidente dell’organo politico dei ribelli), che ha parlato di contatti con rappreserntanti statunitensi. Scopo dell’esame è stabilire quali ribelli sono affidabili e quali no. I primi, ritenuti utili agli interessi statunitensi, sono giudicati idonei a ricevere armi dagli Usa; i secondi, no. Col risultato che, se i ribelli riuscissero a rovesciare Gheddafi o se lo farà la Nato, saranno i gruppi che Washington ritiene fidati ad avere in mano il potere con la forza delle armi e dell’addestramento ricevuti dal Pentagono.

A Washington, conferma The New York Times, si sta considerando l’opzione non solo di armare i ribelli (quelli che superano l’esame della Cia), ma anche di addestrarli e fornire loro intelligence, ossia informazioni sugli obiettivi da colpire. Un’altra opzione presa in considerazione è quella di «infiltrare piccole squadre delle Forze per le operazioni speciali, per assistere i ribelli come è stato fatto in Afghanistan per rovesciare i taleban». Queste squadre sono specializzate per addestrare gruppi ribelli, così da «trasformarli nel giro di una notte in combattenti più efficienti, fornendo loro alcune basilari conoscenze, equipaggiamenti e leadership».

In tale quadro, un ruolo importante viene svolto dalle basi Usa di Camp Darby, tra Pisa e Livorno, e Sigonella in Sicilia. La prima è stata attivata per l’invio di «aiuti umanitari della Usaid», ufficialmente destinati ai profughi al confine tra Tunisia e Libia. I materiali vengono trasportati dal 3° Battaglione della 405a Brigata all’aeroporto militare di Pisa, dove vengono caricati su C-130J giunti dalla base di Ramstein in Germania. La nostra collocazione, dice il comandante della brigata, ci offre «capacità logistiche uniche poiché il nostro deposito è a 30 minuti dall’aeroporto di Pisa», lo stesso dove sorgerà l’Hub militare nazionale che sarà messo a disposizione anche di Camp Darby. Poiché è compito di Camp Darby inviare in altri paesi sia armi sia «donazioni» della Usaid, nessuno può sapere che cosa ci sia nei pacchi dono che arrivano al confine delle zone libiche controllate dai ribelli.

E’ stata allo stesso tempo attivata la base aeronavale di Sigonella, da cui partono altri aerei, i KC-130 dei marines, sempre per portare «aiuti umanitari». Ma, particolare non trascurabile, da Sigonella opera una forza speciale Usa per missioni segrete in Africa e partono i voli degli aerei-spia Global Hawks. I «falchi globali» che già volteggiano sulla Libia, non per portarvi la democrazia ma per portare la Libia e la sua ricchezza energetica sotto il dominio Usa/Nato.

Manlio Dinucci

(il manifesto, 9 marzo 2011)

 

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