BAHRAIN-STATI UNITI (E ITALIA)

Pubblicato: 27 febbraio 2011 in News

Strategia del «bicchiere mezzo pieno»

In un incontro in Bahrain due mesi fa – scrive The New York Times (19 febbraio) – un membro del parlamento ha chiesto alla segretaria di stato Hillary Clinton che cosa pensasse dell’ondata di arresti di avvocati e attivisti dei diritti umani. E’ stato però messo a tacere dal moderatore. La Clinton ha comunque risposto che, ai suoi occhi, «il bicchiere è mezzo pieno: i cambiamenti in Bahrain sono molto più grandi di quelli di altri paesi della regione». Alla luce della sanguinosa repressione dei manifestanti effettuata dall’esercito – commenta The New York Times – la rosea valutazione della Clinton dimostra quanto il governo degli Stati uniti abbia trascurato le violazioni dei diritti umani in un regno che costituisce un hub economico e militare nel Golfo persico.

Il Bahrain è un minuscolo stato (appena 700 km2), formato dall’omonima isola e da una trentina di isole minori, con circa un milione di abitanti. Ma è situato nel Golfo persico, di fronte alle coste saudite e a soli 200 km da quelle iraniane: quindi in una posizione geostrategica di primaria importanza. Per questo, da quando è divenuto indipendente dalla Gran Bretagna nel 1971, gli Stati uniti lo hanno usato quale base delle proprie forze navali nel Golfo. Nel 1995 è stato installato a Manama il quartier generale delle forze navali del Comando centrale, comprendente la Quinta flotta, la cui area di operazioni include il Golfo persico, il Mar Rosso, il Mar Arabico e altre parti dell’Oceano indiano. Nella configurazione usuale, queste forze navali comprendono una portaerei col suo gruppo di battaglia e un gruppo di spedizione da attacco, con a bordo 25mila uomini, più 3mila del personale a terra. Dal quartier generale in Bahrain sono state condotte le operazioni navali contro l’Iraq e, con l’aviazione delle portaerei, vengono effettuati i raid sull’Afghanistan.

Principale garante degli interessi statunitensi in Bahrain è Sua Maestà il Re Hamad bin Isa Al Khalifa. Si è formato agli inizi degli anni ’70 all’accademia militare dell’esercito statunitense di Fort Leavenworth (Kansas), dove si è laureato con onore. Titolo meritato: di più non avrebbe potuto fare per gli Stati uniti. Quando nel maggio 2009 ha incontrato il generale David Petraeus, ha dichiarato (come risulta da un cablogramma dell’ambasciata Usa): «Qualsiasi cosa volete sulla terra, il mare o l’aria, noi la possiamo fare». In cambio gli Stati uniti hanno armato e addestrato le forze armate e di polizia del Bahrain, dotandole di carrarmati M60, cacciabombardieri F-16, elicotteri Cobra e altri moderni armamenti. Gli stessi usati per reprimere nel sangue le pacifiche dimostrazioni per i diritti umani.

Eppure la monarchia ereditaria del Bahrain dovrebbe essere «costituzionale», come proclama la nuova Costituzione del 2002. E’ sempre il sovrano, però, ad esercitare la funzione di capo di stato,  a nominare il primo ministro (che da 40 anni è lo stesso), il consiglio dei ministri e i 40 membri della camera alta del parlamento. Gli altri 40 della camera bassa vengono eletti ogni quattro anni (senza che siano presenti osservatori internazionali), ma i poteri del parlamento sono praticamente nulli e i partiti fuorilegge. Le altre cariche, tipo quella di capo delle forze armate attribuita per diritto al principe ereditario, sono quasi tutte distribuite all’interno della famiglia reale, appartenente alla minoranza musulmana sunnita, che rappresenta il 30% della popolazione mentre il 70% è sciita.

E’ la stessa famiglia reale a spartirsi il grosso dei profitti derivanti dall’esportazione di petrolio e gas naturale, da cui deriva il 75% delle entrate governative, e a guadagnare dalla presenza in Bahrain di oltre 370 banche offshore e 65 multinazionali statunitensi. Il reddito nazionale supera i 25mila dollari su base procapite, ma la sua distribuzione è estremamente ineguale. Si aggiunge il fatto che, su una popolazione di circa un milione, quasi la metà è composta da lavoratori stranieri che non hanno la cittadinanza.

Con questo regime dittatoriale sostenuto dagli Stati uniti, l’Italia ha stretto crescenti rapporti di amicizia, dall’epoca del governo Prodi quando, nell’ottobre 2006, il ministro Emma Bonino ha compiuto una «intensa visita di lavoro» in Bahrain nel corso della quale ha incontrato il primo ministro e firmato un accordo economico. E nel luglio 2008 si è svolta la prima visita ufficiale in Italia del re del Bahrain, che ha incontrato il presidente della repubblica Giorgio Napolitano e il presidente del consiglio Silvio Berlusconi. «Tale visita – è stato dichiarato – ha confermato la concordanza di vedute tra i due governi su molti temi e scenari dell’attualità internazionale». Come quello dell’attacco armato, ordinato dal re del Bahrain, contro inermi cittadini che rivendicano i più elementari diritti democratici.

Manlio Dinucci

(il manifesto, 20 febbraio)

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