Egitto, perché è rivolta sociale

Pubblicato: 10 febbraio 2011 in News

«Gli Stati uniti stanno anteponendo la stabilità agli ideali democratici»: così scriveva ieri The New York Times a proposito dell’Egitto. Lasciano quindi «la speranza di pacifici e graduali cambiamenti nelle mani dei funzionari egiziani, a partire da Mr. Suleiman, che hanno tutti i motivi per rallentare il processo». La segretaria di stato Hillary Clinton  ha chiarito alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza che, in Egitto come in altri paesi, gli Usa «appoggiano le istituzioni» e, allo stesso tempo, sono «impegnati ad appoggiare organizzazioni, intellettuali, giornalisti che lavorano con mezzi pacifici per mantenere il governo onesto».

Ciò conferma che Washington cerca di dare un volto «democratico» a un paese in cui il potere continui a poggiare sulle forze armate e in cui, soprattutto, resti dominante l’influenza statunitense (v. il manifesto, 6 febbraio 2011). A Washington fanno però i conti senza l’oste: milioni di egiziani sono scesi in piazza non solo contro Mubarak, ma contro l’ingiustizia sociale che il suo regime ha imposto con la forza.

Nel 1991, in cambio del condono di un debito militare di 7 miliardi di dollari dovuti agli Stati uniti, l’Egitto di Mubarak accettò non solo di partecipare alla guerra contro l’Iraq, ma di attuare un programma del Fondo monetario internazionale, basato su radicali misure di privatizzazione e deregolamentazione. Ciò ha spalancato le porte del’Egitto alle multinazionali, soprattutto statunitensi e britanniche, provocando un crescente indebitamento del paese e impovertimento della popolazione.

L’Egitto è un importante esportatore di petrolio e gas naturale (fornito anche a Israele): essi costituiscono come valore circa il 50% del suo export. L’industria energetica nazionale è però fondamentalmente in mano a compagnie occidentali (Bp, Shell, Eni e altre), che ne traggono alti profitti spartendone una parte con l’élite locale. L’Egitto è anche un importante esportatore di prodotti finiti, che rappresentano circa il 40% del suo export, grazie a un costo del lavoro tra i più bassi del mondo. Ma anche questo settore è dominato, direttamente o indirettamente, dalle multinazionali (General Motors, Volkswagen e altre).

In tale quadro, nonostante le crescenti esportazioni dirette soprattutto negli Usa e in Italia e i forti introiti del turismo (circa 11 miliardi di dollari annui), l’Egitto registra un deficit commerciale che è raddoppiato tra il 2006 e il 2010, superando i 25 miliardi di dollari. E’ cresciuto di pari passo il debito estero, che ha superato i 32 miliardi dollari.

Nonostante che il pil egiziano abbia mantenuto un alto tasso di crescita (5-6% annuo), la maggior parte della popolazione, soprattutto nelle zone rurali, vive in condizioni di povertà o comunque di gravi ristrettezze economiche, accresciute da un tasso d’inflazione che supera il 10% annuo. Secondo stime approssimative, circa il 40% della popolazione (che ammonta a quasi 85 milioni) si trova in condizioni di povertà e, tra questa, circa il 20% in estrema povertà. Ciò significa che vi sono in Egitto almeno 35 milioni di poveri.

I divari socioeconomici sono esemplificati dalla condizione abitativa. Nella Nuova Cairo, la città satellite della capitale, si costruiscono per l’élite al potere altre «gated communities»: lussuose zone residenziali recintate e presidiate da guardie armate, dai nomi suggestivi di «Beverly Hills», «Mayfair» e «Le Rêve», con ville da un milione di dollari, piscine e campi da golf. Allo stesso tempo la maggior parte della popolazione del Cairo vive ammassata in abitazioni fatiscenti e, a poche decine di chilometri dalla capitale, le famiglie contadine vivono in capanne di fango.

Seguendo le orme degli antichi despoti, il nuovo «faraone» Mubarak (la cui ricchezza ammonta a decine di miliardi di dollari, depositati per la maggior parte all’estero) distribuisce pane al popolo, sotto forma di sussidi che ne abbassano il prezzo, ma che accrescono il debito estero egiziano pagato anch’esso, direttamente o indirettamente, dalla popolazione povera.

E’ questo sistema di potere che gli Stati uniti intendono conservare, per mantenere l’Egitto nella loro sfera d’influenza, facendo ritirare un giorno (con una pensione d’oro) Mubarak. Così, in un Egitto controllato dalle alte gerarchie militari, saranno i «democratici» formati e finanziati da Washington  a  «lavorare con mezzi pacifici per mantenere il governo onesto».

Manlio Dinucci

(il manifesto, 9 febbraio 2011)

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