RISORSE ENERGETICHE – Lo sfruttamento già affidato ad aziende statunitensi

Pubblicato: 12 gennaio 2011 in News

Assedio israeliano al Bacino di Levante

Alla fine del 2012 Israele comincerà a pompare gas dal giacimento offshore di Tamar, affidato a un consorzio internazionale capeggiato dalla statunitense Noble Energy. Essa porterà questo mese una seconda piattaforma di trivellazione (la Pride North America) per estendere le prospezioni nel Bacino di Levante. In quest’area del Mediterraneo orientale – stima l‘agenzia governativa statunitense U.S. Geological Survey – vi sono riserve di gas per 3500 miliardi di metri cubi, e riserve di petrolio per 1,7 miliardi di barili. Si prospettano quindi grandi affari: in un anno, l’indice energetico della Borsa di Tel Aviv è aumentato del 1.700%.

C’è però un problema: le riserve energetiche del Bacino di levante appartengono solo in parte a Israele. I giacimenti di gas Tamar e Leviathan si trovano a circa 100 km dalle coste, fuori dalle acque territoriali israeliane che si estendono a 22 km. Tuttavia, in base alla Convenzione delle Nazioni unite  sul diritto del mare, Israele può sfruttare le riserve offshore di gas e petrolio in un’area fino a 370 km dalla costa. Lo stesso però vale per gli altri paesi rivieraschi. Determinante, quindi, è definire le rispettive zone.

Nelle acque libanesi, stima la compagnia norvegese Petroleum Geo-Services, vi sono grossi giacimenti di gas e petrolio. A tale proposito, il ministro degli esteri Ali Shami ha chiesto il 4 gennaio al Segretario generale delle Nazioni unite di impedire che esse vengano sfruttate da Israele. La risposta non si è fatta attendere: il giorno dopo, il portavoce Onu Martin Nesirsky ha respinto la richiesta, dichiarando che le Nazioni unite non sono preparate per intervenire nella disputa. Stessa risposta da parte dell’Unifil (United Nations Interim Force in Lebanon): il portavoce Andrea Tenenti ha dichiarato al quotidiano libanese The Daily Star (6 gennaio) che «un confine marittimo non è mai stato stabilito» e che «la linea di boe nell’area di Naqoura, non riconosciuta dal governo libanese, è stata installata unilateralmente da Israele».  Successivamente, il coordinatore speciale per il Libano, Michael Williams, ha diplomaticamente dichiarato che «potrebbe esservi un ruolo per le Nazioni unite, ma dobbiamo discuterne con i nostri giuristi a New York» (The Daily Star, 11 gennaio).

In realtà, quindi, l’Onu lascia mano libera a Israele il cui governo  ha avvertito che non esiterà a usare la forza per proteggere i «propri» giacimenti. Poiché il parlamento libanese ha approvato una legge sull’esplorazione delle riserve energetiche offshore e agli inizi del 2012 concederà le prime licenze, si apre un contenzioso che facilmente può portare a una nuova guerra israeliana contro il Libano.

Che cosa intende fare l’Italia, che svolge un ruolo di primo piano nell’Unifil anche con una componente navale? Aspetterà che le navi da guerra israeliane bombardino le coste libanesi, come già fecero nel 2006, per impadronirsi delle riserve offshore del Libano?

Ancora più difficile è che i palestinesi riescano a sfruttare le riserve energetiche dei loro Territori. Dalla carta redatta dalla U.S. Geological Survey (qui acclusa, N.d.A.) risulta che la maggior parte dei giacimenti di gas si trova nelle acque costiere e nel territorio di Gaza. L’Autorità palestinese ne ha affidato lo sfruttamento principalmente alla compagnia British Gas, che ha perforato due pozzi, Gaza Marine-1 e Gaza Marine-2. Essi non sono però mai entrati in funzione.

Il governo israeliano ha prima respinto tutte le proposte, presentate dall’Autorità palestinese e dalla British Gas, di esportare il gas in Israele ed Egitto. Quindi ha aperto una trattativa diretta con la compagnia britannica, che detiene la maggior parte dei diritti di sfruttamento, per arrivare a un accordo che escluda i palestinesi. Non a caso la trattativa è stata avviata nel giugno 2008, lo stesso mese in cui iniziava (secondo quanto ammesso dalle stesse fonti militari israeliane) la preparazione dell’operazione «Piombo fuso» lanciata contro Gaza nel dicembre 2008.

Il successivo embargo, compreso il blocco navale, ha di fatto espropriato i palestinesi del diritto di sfruttare le proprie riserve energetiche, di cui Israele vuole impadronirsi in un modo o nell’altro.

Il piano prevede di collegare, attraverso un gasdotto sottomarino, i pozzi palestinesi di Gaza al porto israeliano di Ashqelon, dove dal 2012 arriverà anche il gas dal giacimento di Tamar. A una decina di chilometri, a sud, c’è Gaza dove le autorità israeliane fanno passare col contagocce il combustibile per la centrale elettrica, provocando continui blackout che, lasciando senza energia ospedali e impianti di depurazione, aumentano le vittime dell’embargo. 

Manlio Dinucci

(il manifesto, 12 gennaio 2011)

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