LE 300 HIROSHIMA DELL’ITALIA

Pubblicato: 16 dicembre 2015 in News

La potenza stimata delle nuove bombe nucleari Usa B61-12, che stanno per essere schierate in Italia al posto delle B-61, equivale a quella di circa 300 bombe di Hiroshima.

Mentre la parola «sicurezza» ci rintrona gli orecchi amplificata dai megafoni politico-mediatici, le parole del ministro della difesa russo Shoigu sul sempre più pericoloso confronto nucleare in Europa sono cadute nel silenzio. Nessun allarme, nessuna reazione governativa in Italia riguardo a ciò che ha detto: «Circa 200 bombe nucleari Usa sono schierate in Italia, Belgio, Olanda, Germania e Turchia, e questo arsenale nucleare è soggetto a un programma di rinnovamento». Per tale ragione, «le forze missilistiche strategiche russe mantengono oltre il 95% dei lanciatori pronto in ogni momento al combattimento».

E mentre un sottomarino russo lancia dal Mediterraneo contro obiettivi Isis in Siria missili cruise Kalibr (che percorrono circa 3mila km a bassa quota accelerando nella fase finale a tre volte la velocità del suono), il presidente Putin avverte che «i missili Kalibr possono essere armati sia con testate convenzionali sia con testate nucleari», aggiungendo che «certamente ciò non è necessario nella lotta ai terroristi, e spero non sarà mai necessario». Questo chiaro messaggio diretto in realtà alla Nato, in particolare ai paesi europei in cui sono schierate le armi nucleari Usa, viene presentato dai media come la «battuta» di un Putin che «mostra i muscoli».

Non si allarma così la popolazione, lasciandola all’oscuro del pericolo cui è esposta. Le circa 70 bombe nucleari Usa B-61, pronte all’uso nelle basi di Aviano e Ghedi-Torre, stanno per essere sostituite dalle B61-12. A tale scopo – documenta la Federazione degli scienziati americani (Fas) con foto satellitari – è stato effettuato l’upgrade delle due basi, dove nel 2013 e 2014 si è svolta la Steadfast Noon, l’esercitazione Nato di guerra nucleare con la partecipazione anche di caccia F-16 della Polonia, che si è offerta di ospitare le nuove bombe nucleari Usa.

La B61-12 è una nuova arma nucleare che, sganciata a circa 100 km dall’obiettivo, è progettata per «decapitare» il paese nemico in un first strike nucleare. Si cancella così la differenza tra armi nucleari strategiche a lungo raggio e armi tattiche a corto raggio. Non si sa quante B61-12 sarannno schierate in Italia ma, con una stima per difetto, si calcola che la loro potenza distruttiva equivarrà a quella di circa 300 bombe di Hiroshima.

Secondo le regole del Gruppo di pianificazione nucleare della Nato, di cui fa parte l’Italia, i paesi che ospitano le armi nucleari Usa «mettono a disposizione aerei equipaggiati per trasportare bombe nucleari e personale addestrato a tale scopo», ma «gli Stati uniti mantengono l’assoluto controllo e la custodia di tali armi nucleari».

La Fas conferma che a Ghedi sono stoccate le bombe nucleari Usa «per i Tornado italiani» e che piloti italiani vengono addestrati al loro uso. Poiché si prevede di sostituire i Tornado con gli F-35, i primi piloti italiani, che hanno completato in novembre l’addestramento sugli F-35 nella base Luke della U.S. Air Force in Arizona, vengono addestrati anche all’uso delle B61-12.

L’Italia viola così il Trattato di non-proliferazione ratificato nel 1975, che la «impegna a non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente» (Art. 2). È divenuta di conseguenza base avanzata della strategia nucleare Usa/Nato e, quindi, bersaglio di rappresaglia nucleare. Vitale è la battaglia per la denuclearizzazione dell’Italia, senza di cui la generica richiesta dell’abolizione delle armi nucleari diventa copertura demagogica per chi non vuole affrontare la questione nodale. A dimostrazione che l’assopimento delle coscienze ha portato anche alla perdita dell’istinto di sopravvivenza.

(il manifesto, 15 dicembre 2015)

Manlio Dinucci

Unknown

Nato, dalla Polonia alla Turchia e ritorno

Pubblicato: 17 ottobre 2014 in News

È andato in Polonia a incontrare il presidente Komorowski, ha ricevuto a Bruxelles il ministro degli esteri ucrainoFlag_of_NATO.svg Klimkin, quindi si è recato in Turchia per colloqui col presidente Erdogan: non poteva iniziare meglio il nuovo segretario generale della Nato, il norvegese Jens Stoltenberg. Già leader del Partito del lavoro e capo di governo, sostenuto dalla coalizione «rosso-verde», si è guadagnato il prestigioso incarico – si legge nella biografia ufficiale – perché, quando era primo ministro nel 2005-2013, ha fatto della Norvegia uno dei paesi Nato con la più alta spesa militare procapite.

Un segretario dinamico per una Alleanza sempre più dinamica in campo militare. In Polonia, dove si svolta l’esercitazione Nato Anaconda 2014 con la partecipazione di forze Usa, Stoltenberg ha assicurato che «la Nato è qui per proteggervi», ricordando che, dall’inizio della crisi in Ucraina, gli Alleati mantengono nell’Europa orientale una «continua presenza e attività militare aerea, terrestre e marittima». Lo scopo è «inviare un forte segnale alla Russia», definita dal segretario alla difesa lituano Vejonis «un aggressore, che rappresenta una potenziale minaccia per tutti i paesi europei».

Alla conferenza stampa a Varsavia, il presidente Komorowski ha chiesto al segretario generale della Nato di accelerare la costruzione dello «scudo missilistico» in Europa, ricordando che la Polonia si è impegnata a rafforzarlo con un proprio «scudo», anch’esso realizzato con tecnologie Usa, del costo previsto di 33,6 miliardi di euro. Ha per questo ricevuto le lodi di Stoltenberg.

Contemporaneamente si è svolto in Polonia il Simposio sulla politica nucleare della Nato, con la partecipazione di tutti i paesi dell’Alleanza, compresi quelli come l’Italia che hanno aderito al Trattato di non-proliferazione formalmente come non-nucleari. Nella dichiarazione del recente Summit nel Galles, la Nato chiarisce che «la difesa missilistica integra il ruolo delle armi nucleari, non le sostituisce» e che «finché esisteranno le armi nucleari, la Nato resterà una alleanza nucleare», poiché le forze nucleari strategiche degli Stati uniti (che l’amministrazione Obama sta potenziando), integrate da quelle britanniche e francesi, costituiscono «la suprema garanzia della sicurezza degli Alleati». Come ulteriore garanzia, tl premio Nobel per la pace Lech Walesa propone che «la Polonia deve prendere in prestito o in leasing armi nucleari per mostrare a Putin che, se un solo soldato russo mette piede sulla nostra terra, noi attaccheremo».

All’esercitazione Anaconda 2014 in Polonia ha partecipato anche il Landcom, il comando delle forze terrestri dei 28 paesi dell’Alleanza, attivato a Smirne in Turchia. Dove la Nato ha oltre venti basi aeree, navali e di spionaggio elettronico, rafforzate nel 2013 da batterie di missili Patriot in grado di abbattere velivoli nello spazio aereo siriano; dove ha costituito centri di formazione militare per combattenti da infiltrare in Siria, favorendo lo sviluppo delle forze dell’Isis. Dove Stoltenberg è andato per esprimere ad Ankara «la solidarietà dell’Alleanza» di fronte alla «grave minaccia dell’Isis».

Stoltenberg ha quindi lodato il recente voto del parlamento che «autorizza un ruolo ancora più attivo della Turchia nella crisi», e dichiarato che «la Nato è pronta ad appoggiare tutti gli Alleati nel difendere la propria sicurezza», dando in tal modo via libera al piano, ufficialmente proposto dal presidente turco, che prevede la creazione di una «zona cuscinetto» in territorio siriano, rafforzata da una «no-fly zone» (di fatto già oggi esistente).

Il «piano Erdogan», pur avendo la Turchia propri obiettivi nazionali (come quello di impedire la creazione di uno Stato curdo), rientra nella strategia Usa/Nato. L’abbattimento di Assad, apertamente chiesto oggi dal governo turco, da anni fa parte della strategia della Nato. La dichiarazione del Summit sostiene addirittura che «il regime di Assad ha contribuito all’emergere dell’Isis in Siria e alla sua espansione al di là di questo paese». In altre parole, dice che il presidente Assad, in preda a mania suicida, avrebbe favorito la formazione del movimento islamico che lo vuole rovesciare.

(il manifesto, 14 ottobre 2014)

 

kurdisstanIntervista con “Solidaridad Kurdistán”

E’ un po’ di tempo che si parla del Confederalismo Democratico nel Kurdistan. Si tratta di un’idea politico-sociale applicata al contesto del Medio Oriente che non cerca di imporre stati-nazioni indipendenti. Siamo entrati in contatto col blog di Solidaridad Kurdistán per capire meglio questa svolta storica di un movimento di liberazione nazionale con più di 30 anni di attività alle sue spalle. In questa intervista si sviluppano i temi di questa idea anti-statalista che si basa in parte sulle idee di Murray Bookchin espresse come Ecologia Sociale e Municipalismo Libertario. Si tratta della prima parte di in un’intervista molto più amplia sulla complessa situazione del popolo curdo nei vari conflitti in cui si viene a trovare coinvolto. La prossima intervista uscirà tra alcune settimane.
ALB Noticias

Il Confederalismo Democratico
ALB.- Come definireste il Confederalismo Democratico (C.D.)?
SK.- Il Confederalismo Democratico (noto anche come comunalismo curdo o apoismo), è la proposta del movimento di liberazione curdo per far avanzare la liberazione del Kurdistan, nazione che attualmente si trova sotto il dominio della Siria, dell’Iraq, dell’Iran e della Turchia.
Il Confederalismo Democratico è il sistema per creare una nazione democratica nel Kurdistan, un sistema per cui si realizzerà la liberazione e la democratizzazione del popolo curdo, tanto in una prospettiva nazional/culturale quanto sociale.
Questo sistema non persegue la creazione di uno stato-nazione curdo, bensì la creazione di una nazione democratica, la cui base è la società civile organizzata autonomamente in forma democratica, il cui centro di autogestione politica sono le assemblee delle comunità e dei consigli aperti locali, retti con la democrazia diretta. Questi, liberamente confederati e riuniti in congressi generali, con funzioni di coordinamento, andranno a costituire la nazione democratica del Kurdistan.
In ambito economico il Confederalismo Democratico persegue un sistema che permetta tanto la giusta distribuzione delle risorse quanto la tutela dell’ambiente, per cui si supera il capitalismo, verso un socialismo democratico in cui le risorse appartengono al popolo e l’economia è indirizzata al bene sociale e non verso l’accumulazione del capitale e verso il consumismo, cause tanto delle ingiustizie sociali quanto delle grandi violenze fatte all’ambiente naturale.
La liberazione della donna è un altro pilastro del Confederalismo Democratico, con cui si cerca di creare una società libera dal sessismo, sia quello che proviene dalla tradizionale società patriarcale o dalle interpretazioni religiose sessiste, sia quello che promana dalla mercificazione della donna per la modernità capitalista.
Pertanto, di fronte della modernità capitalista, di cui Öcalan ha indicato i tre pilastri nello Stato-nazione, nel capitalismo e nell’industrialismo, il Confederalismo Democratico rappresenta la modernità democratica che libererà il Kurdistan dalla oppressione nazional/culturale, sociale, politica, economica, patriarcale ed ecologica.
Democrazia, socialismo, ecologismo e femminismo, sono i concetti-chiave per comprendere il Confederalismo Democratico del movimento di liberazione curdo.
Come è avvenuta l’evoluzione dal marxismo-leninismo di liberazione nazionale al C.D.?
L’evoluzione ideologica e strategica del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), che sarà il germe dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK), è un assunto molto interessante che ci mostra la capacità di autocritica veramente rivoluzionaria di questo movimento. Il PKK, nato nel 1978, ha sempre avuto come obiettivo non solo la liberazione in una prospettiva etnica o nazionale, ma anche come fine il progetto di liberare e democratizzare la società. Il PKK ha sempre riconosciuto la connessione che esiste tra la questione curda e la dominazione globale del sistema capitalista moderno, ed in un contesto di mondo bipolare, in cui l’alternativa al mondo capitalista e la liberazione della società sembravano giungere dal Socialismo Reale, ed in cui l’influenza dei movimenti di liberazione nazionale leninisti era molto forte, il PKK sosteneva la creazione di uno Stato socialista curdo per liberare il popolo del Kurdistan.
Messi alle spalle i trascorsi della lotta e dei progetti di stati socialisti, il PKK cominciò a riconsiderare i suoi obiettivi, prendendo atto della fine di un ciclo e della necessità di ripensare strategie e scopi. A coloro che hanno criticato la rinuncia alla creazione di uno stato socialista del Kurdistan come un segno di incertezza o di debolezza, Öcalan ha risposto che non è questo il punto, quanto l’analisi sull’esperienza degli stati socialisti e la conclusione che nel Socialismo Reale non vi era stato nessun cambiamento nello stile e nei modi di vita di vita rispetto alla vita capitalista del resto del mondo, per cui un progetto di liberazione e democratizzazione del Kurdistan e della società non poteva provenire da una soluzione statalista. Come ha segnalato Öcalan, c’era una contraddizione fondamentale: “Dal momento che il PKK si poneva quale difensore delle libertà, non potevamo continuare a pensare in termini di gerarchia”.
La lotta per la liberazione doveva essere ripensata, così l’organizzazione gerarchica, la ricerca del potere istituzionale e l’idealizzazione della lotta armata cominciavano a cedere il passo alla democratizzazione, alla organizzazione comunale ed alle assemblee ed all’autodifesa, si cominciava ad avanzare sul cammino verso il Confederalismo Democratico.
Parlando di Öcalan, qual è il rapporto tra Öcalan ed il municipalismo libertario o l’Ecologia Sociale? Ha avuto contatti personali od epistolari con chi sostiene queste idee?
Come abbiamo già detto, il PKK aveva iniziato a ri-orientare la sua politica sganciandosi dal marxismo-leninismo delle origini ed iniziava a porsi domande in cui la questione dell’organizzazione democratica aveva una grande rilevanza, ma senza abbandonare il nucleo socialista delle sue idee. In questa maniera si cominciava a giungere a questioni e conclusioni simili a quelle del municipalismo libertario (non dimentichiamo che anche Murray Bookchin, il padre della Ecologia Sociale, proveniva dal marxismo). Ma fu nel 2002 che Öcalan cominciò chiaramente una intensa lettura di Bookchin ed a raccomandare, tramite i suoi avvocati, ai militanti ed ai politici curdi la lettura di Urbanizzazione senza città e di Ecologia della Libertà.
Nel 2004, come ci racconta la compagna di Bookchin, Janet Biehl nel suo articolo “Bookchin, Öcalan, e la Dialettica della Democrazia”, Abdullah Öcalan cercò tramite i suoi avvocati di contattare Bookchin, inviandogli uno dei suoi manoscritti e facendogli sapere che si considerava un suo discepolo e che era disponibile ad applicare le idee dell’Ecologia Sociale in Medio Oriente. Questa possibilità di dialogo era resa molto difficile dall’età di Bookchin, il quale avendo 83 anni ed essendo infermo non poteva reggere allo sforzo ed al lavoro necessari per mantenere questo contatto. Sempre nel 2004 Bookchin inviò un messaggio al popolo curdo: “La mia speranza è che il popolo curdo sia capace di costruire un giorno una società libera e razionale che permetta un nuovo rifiorire. Siete fortunati nell’avere un leader di talento come il signor Öcalan in questo cimento.” Questo messaggio venne letto nel corso della Seconda Assemblea Generale del Kongra- Gel.
Nel 2006, quando Bookchin morì, la assemblea del PKK lo ricordò come “uno dei maggiori scienziati sociali del XX secolo. Ci ha introdotto al pensiero dell’ecologia sociale ed ha contribuito allo sviluppo della teoria socialista al fine di avanzare su basi più ferme. Ci ha mostrato come fare nel rendere reale un nuovo sistema democratico. Fu propulsore del concetto di Confederalismo, un modello che crediamo sia creativo e realizzabile. Le tesi di Bookchin sullo Stato, sul potere e sulla gerarchia saranno implementate e realizzate nella nostra lotta… Metteremo questa promessa in pratica come prima società che stabilisce un confederalismo democratico tangibile”.
Come mai Öcalan ha una così grande influenza sul movimento curdo di liberazione nazionale, al punto da farsi seguire in questo mutamento ideologico-strategico?
Öcalan è stato il leader principale del PKK fin dalla sua fondazione, la sua figura è stata importante per la creazione di un movimento che riunificasse le aspirazioni sociali e nazionali del popolo curdo. Altri leaders avevano affrontato la questione curda da una prospettiva solamente etnica, dimenticando la questione sociale, mentre in Turchia i movimenti socialisti e marxisti non si curavano della questione curda o se ne dimenticavano. Öcalan cominciò invece a creare intorno a sé un movimento che riformulava i paradigmi della liberazione sociale e nazionale, aggregando e creando così il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK). Il prestigio che ne derivò al PKK fu anche il prestigio che ebbe Öcalan il quale è stato sempre l’esponente più visibile del partito. Il PKK si è trovato in varie occasioni sul punto di dividersi o di tradimenti, però l’unità e la forza del movimento fu resa possibile grazie ad Öcalan, che lavorò in modo incessante per mantenere questa unità che portava grande forza al PKK fino a renderlo il movimento di liberazione nazionale curdo più forte e con maggior radicamento in Turchia ed in altre zone del Kurdistan. Il ruolo di Öcalan era evidente e nel PKK ha esercitato una grande attività come ideologo e coordinatore del movimento.
Con la detenzione di Öcalan lo Stato turco credeva di indebolire il movimento, e così insieme ai servizi segreti di altri paesi come gli Stati Uniti ed Israele, pianificarono un complotto internazionale che portò all’arresto illegale di Öcalan in Kenya nel 1999. Però questo arresto non diede l’effetto sperato e la figura di Öcalan è andata acquisendo influenza e prestigio, mentre il PKK dopo un breve periodo di inevitabile confusione, si andava rafforzando e serrava le fila intorno a colui che continuava a considerare come suo leader. E’ stato durante la sua incarcerazione e nonostante le terribili condizioni di detenzione, che egli ha dato al movimento la grande solidità teorica del CD insieme ad innumerevoli sforzi per la pace, sapendo però anche legare il momento della autodifesa armata al rumore dei processi.
Öcalan è l’esempio di una vita dedicata alla lotta per il Kurdistan e di un leader che ha saputo essere all’altezza delle circostanze più ardue, ed è per questo che tanto il movimento di liberazione quanto il popolo curdo in generale nutrono grande fiducia in colui che ha saputo guidarli ed ispirarli con la lotta. Non si tratta solo del fatto che Öcalan abbia una grande influenza nel movimento di liberazione curdo e che quest’ultimo segua i suoi cambiamenti di strategia, ma anche del fatto che con il suo progetto per far avanzare la libertà e la pace nel Kurdistan, Öcalan risponde alle necessità del movimento di liberazione e del popolo curdo, e questo risponde dimostrando affetto, appoggio e fiducia.
Il CD è stato l’esito di un processo collettivo, oppure nasce da una inquietudine di Öcalan?
Il CD nasce dalla necessità per il PKK di riformulare i suoi obiettivi e le sue strategie dopo aver preso atto della realtà del momento, che mostrava l’inefficacia del progetto statalista e del Socialismo Reale per la liberazione della società e delle nazioni. Di fronte a questo dato di fatto, il movimento inizia la ricerca di una via per diventare un movimento veramente liberatore e democratizzatore. Questo percorso lo si rinviene negli ultimi congressi del partito, in cui il PKK si riconosce in un processo di necessario cambiamento e cerca nuove vie per realizzare i suoi obiettivi.
In questo contesto Öcalan comincia a lavorare per un ri-orientamento politico ed ideologico del movimento. Il processo viene brevemente interrotto dalla sua detenzione, ma gli effetti di questo lavoro, che già si vedevano realizzarsi, saltarono alla luce pubblica soprattutto con la sua reclusione. Questa nuova situazione amplificava tutto quello che Öcalan diceva davanti alla corte mentre iniziava ad elaborare la sua difesa sulla base delle nuove idee. Öcalan parlava di soluzione politica e di autonomia democratica per il popolo curdo e criticava le prospettive stataliste e gli errori precedenti commessi dal PKK per adeguarvisi.
Possiamo considerare il CD come frutto di un processo collettivo, poiché sorto dalla situazione e dagli apporti del movimento di liberazione curdo in questo momento, però è stato Öcalan che ha dato a questo nuovo paradigma democratizzatore la struttura fondamentale e solidi pilastri teorici. Ma oltre Öcalan ci sono altri militanti ed esponenti del movimento di liberazione del popolo curdo che hanno continuato a lavorare sulla linea del CD, per farne oggetto di studio, dibattito e sviluppo per tutto il movimento e per il popolo curdo.
Le organizzazioni che sostengono il CD sono presenti in tutto il Kurdistan, o solo in alcune aree?
Il CD è nato in seno al PKK, furono l’attività e la lotta del partito che portarono alla necessità di sviluppare un progetto di liberazione che superasse le idee stataliste e gerarchiche prima esistenti nel partito e fu il suo leader Abdullah Öcalan che sviluppò i fondamenti del CD. Il PKK, benché fosse attivo in quasi tutto il Kurdistan aveva il suo centro principale di azione in Turchia, la sua lotta era diretta contro lo Stato turco. Attualmente il PKK è un partito confederalista democratico che agisce in Turchia, ed è nel Kurdistan turco che è più radicato il CD, avendovi il PKK una grande forza, così come il BDP, partito legale che è anche influenzato dalle idee di Öcalan e che agisce nello spazio limitato che la repressione del governo turco gli consente, posto che ha subito una grande repressione con cento prigionieri politici.
In Iran la lotta per la liberazione del Kurdistan secondo il paradigma del Confederalismo Democratico viene portata avanti dal Partito per la Vita Libera del Kurdistan (PJAK). Nel Kurdistan iraniano sono tradizionalmente forti i socialdemocratici del PDKI ed il comunisti del Komala, però con la diffusione delle idee di Öcalan e con l’esempio della lotta del PKK, i seguaci di queste idee e del movimento hanno fondato nel 2004 il PJAK, che è andato progressivamente guadagnando molta influenza e molta forza tra i curdi dell’Iran. Le idee del Confederalismo Democratico hanno acquistato maggiore radicamento in questa popolazione e questa proposta politica si presenta come ideale in una società multietnica come l’Iran.
La forza del PJAK è in crescita in Iran ed il valore delle sue nuove idee, la sua resistenza ed il lavoro di autodifesa del popolo curdo gli fanno acquisire un prestigio che altri partiti curdi prima predominanti in Iran stanno ora perdendo.
Nel Kurdistan iracheno il popolo curdo gode di uno status particolare e si è creato una regione semiautonoma dando luogo al Governo Regionale del Kurdistan, dove i curdi possono godere per la prima volta di pieni diritti culturali in quanto popolo. Tuttavia lo stato semi-autonomo del Kurdistan iracheno è ben lungi dall’essere un esempio di società organizzata col paradigma del Confederalismo Democratico. La corruzione ed il despotismo in politica sono fenomeni comuni, il Kurdistan iracheno è organizzato in istituzioni semi-statali, non in istituzioni democratiche autogovernate dal popolo, e vi si è implementata una economia capitalista che suppone un’aggressione tanto ai danni della popolazione quanto contro la natura. Nel Kurdistan iracheno il popolo curdo si è quasi reso indipendente dall’Iraq, però è caduto preda delle nuove catene che lo collocano sotto il dominio del sistema mondo capitalista, e sotto la diretta influenza di potenze come quelle occidentali che si vantano per i loro fini dell’esistenza di questa regione semi-autonoma. E’ per questo che la lotta per la democrazia, per la liberazione e per l’autogoverno è una lotta necessaria anche nel Kurdistan iracheno. Per questo in Iraq facciamo riferimento al Partito per la Soluzione Democratica del Kurdistan (PÇDK) il quale lotta per l’obiettivo del Confederalismo Democratico. Questo partito deve far fronte in numerose occasioni alla repressione del GRK [il governo regionale del Kurdistan iracheno]. Non gode di un grande appoggio, dal momento che i partiti che tradizionalmente si sono imposti nel Kurdistan iracheno contano su un grande potere e godono di un certo prestigio per la lotta armata condotta in precedenza, però la politica attuale sta svelando qual è il paradigma con cui si muovono questi partiti e soprattutto tra i giovani si sta diffondendo ed incalza l’importanza delle idee di Öcalan.
Inoltre va detto che sui monti del Kurdistan iracheno dove si trovano le basi del PKK e dove dunque enorme è l’influenza del partito, è molto radicato il comunalismo curdo in zone dove l’organizzazione in assemblee comunali è una realtà.
Rispetto al Kurdistan siriano, l’influenza del PKK è stata sempre molto forte, dato che il partito era composto di numerosi guerriglieri di origine Rojava e lo stesso Öcalan ha trascorso una gran parte della sua vita in Siria, da cui esercitava il lavoro di guida dell’organizzazione. E’ per questo che qui l’influenza del movimento di liberazione curdo è stata sempre forte e che il Confederalismo Democratico ha ottenuto un grande radicamento tra questi curdi. Il movimento apoista in Siria consiste nel TEV-DEM (Movimento per la Società Democratica) e nel Partito dell’ Unione Democratica (PYD) che è il partito curdo che sostiene le idee del Confederalismo Democratico in Siria e, dalla sua fondazione nel 2003, ha realizzato un grande lavoro politico vedendo aumentare la sua influenza e la diffusione delle sue idee. Ma è stato dopo l’inizio della rivoluzione in Siria che questo partito ha guadagnato una rilevanza speciale ed è diventato il più importante ed influente partito curdo che lavora per realizzare l’autonomia del popolo curdo in Siria.
Tutte queste organizzazioni riconoscono come loro leader Abdullah Öcalan e come parlamento legittimo del popolo curdo il parlamento del Kongra-Gel, la assemblea dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK).
Tutti i partiti della KCK si definiscono CD? Ci sono correnti interne con altre ideologie e tendenze?
Si è sentito parlare a volte di tendenze distinte dentro la KCK, o di fazioni dei più “duri” e dei più “blandi”. Rispetto a queste opinioni, i membri della KCK hanno espresso in numerose occasioni che parlare di fazioni dentro il movimento è un errore che cerca di dare l’impressione di debolezza o di divisioni. La KCK lotta per un unico obiettivo che si trova ben definito nel concetto di Confederalismo Democratico.
E’ certo che la evoluzione ideologica è stata una questione difficile che ha causato anche certe tensioni dentro il PKK, però coloro che non accettavano il nuovo percorso verso la liberazione per seguire vecchi paradigmi che non risultavano utili per la liberazione abbandonarono il movimento, senza che il PKK ne risentisse anzi rafforzandosi. Oggi coloro che erano nel PKK o che vi hanno aderito (o hanno aderito ad uno dei gruppi della KCK), sanno che lottano per il chiaro obiettivo del Confederalismo Democratico, per le dichiarazioni di Öcalan, per le risoluzioni delle Assemblee del Kongra-Gel, per le opinioni degli alti dirigenti, le strategie e le azioni del movimento, senza dar luogo a nessun dubbio.
Nella definizione del CD si acclara che la società locale ed i municipi sono il nucleo della nuova società curda. A partire da qui le località cominciano a federarsi e confederarsi. Rientrano in questo schema anche le popolazioni non curde? E se una parte dei curdi non desiderasse federarsi con gli altri? Non dimentichiamo che nel Kurdistan ci sono numerosi partiti politici che non sostengono il CD.
Il CD è la proposta che il movimento di liberazione curdo ha delineato per la liberazione del Kurdistan, però non è un’organizzazione politica e sociale applicabile solo al Kurdistan. Öcalan ha segnalato l’importanza del CD per superare i grandi problemi del Medio Oriente ed ha indicato la applicabilità ed il potenziale della organizzazione confederalista democratica per popoli in carne ed ossa come gli arabi, i turchi ed i turkmeni, per l’Iran multietnico, per il popolo armeno o per il popolo ebraico. Pertanto il CD non è una proposta limitata al popolo curdo, bensì una soluzione che interagisce con la lotta per democrazia di tutti i popoli.
L’obiettivo del CD è ben lungi dal paradigma dello Stato-nazione, il cui scopo è la assimilazione delle differenze; la nazione democratica che si crea col CD è una nazione flessibile, multiculturale e multi-etnica. Non si persegue la creazione di frontiere, dato che l’idea di nazione del CD è aperta e va oltre le frontiere. Il CD non si costituisce solo come una forma di organizzazione per i curdi, bensì per ogni popolo che persegue la propria liberazione. Nella nazione democratica del Kurdistan le minoranze di altri popoli potranno organizzarsi autonomamente nelle istituzioni democratiche e di autogoverno che il CD crea e potranno stabilire le loro relazioni con gli altri popoli.
Il CD è sistema in cui il potere promana dal basso, dal popolo organizzato in assemblee, è un sistema di potere decentralizzato, è l’unica maniera di realizzare la democratizzazione contro la dominazione. Pertanto in questo modello nessuno viene obbligato a porsi sotto nessun potere e coloro che non desiderano far parte dell’organizzazione del CD non devono farlo e non sono soggetti a nessun obbligo. Il popolo organizzato nel CD farà uso della violenza solo per autodifesa, contro coloro che non rispettino la legittimità della nazione democratica creata dalla confederazione popolare.
Le problematiche con altri raggruppamenti curdi non vertono sulla questione del CD, poiché questo è un sistema flessibile e aperto in cui ogni gruppo sociale, politico, etnico o religioso, può autogovernarsi in forma autonoma se così desidera; le problematiche con i raggruppamenti curdi che sostengono un modello differente dal CD nascono dal fatto che costoro pensano ad un sistema che sviluppandosi al di sopra delle libere comunità curde organizzate nel Confederalismo Democratico, porti alla creazione di uno Stato curdo o di una regione federale para-statale sotto il dominio di un altro stato.
Non è dunque il CD la causa dei problemi, quanto piuttosto coloro che perseguono soluzioni politiche basate sul dominio e sulla gerarchia.
Abbiamo visto il recente appello di un alto dirigente della KCK (Cemil Bayik) ai curdi in esilio o all’estero o che vivono in città di venire a popolare i villaggi vuoti del Kurdistan. Secondo questo modello il villaggio appare fondamentale. E’ questo il modello sociale che propugna il CD? Si realizza l’appello seguendo una base ecologica -considerato che le città non sono sostenibili ecologicamente- o una base etnica -dato che i curdi hanno sempre vissuto in villaggi?
Cemil Bayik, fondatore del PKK e attuale co-presidente del Consiglio Esecutivo della KCK, in un articolo sul quotidiano curdo Azadiya Welat fece questo appello al popolo curdo a tornare ai villaggi, implicando questo appello una legittima e necessaria domanda del popolo curdo così come una profonda critica alla modernità capitalista.
In primo luogo si deve tener conto di una questione chiave, e cioè che i curdi che abbandonarono i loro villaggi non lo fecero di propria volontà, né per le condizioni economiche imposte dal capitalismo, bensì perché una gran parte di loro furono espulsi direttamente dall’esercito turco, nel segno della politica di distruzione della identità curda. Per distruggere il grande radicamento della tradizione e della cultura curda insieme ai grandi appoggi ed alle basi nelle zone rurali su cui contava il PKK, l’ esercito turco distrusse i villaggi curdi e causò milioni di sfollati. E’ importante tener conto di questo fatto, come emerge dalla domanda “i curdi hanno sempre vissuto nei villaggi”, e così è, mentre il lasciare quel modo di vita non è stata una decisione volontaria, ma una costrizione imposta dall’esercito dello Stato turco.
Possiamo rilevare che sì, questo appello ha una base etnica: “i curdi hanno sempre vissuto nei villaggi”, ed abbandonare questa modalità di vita non fu una decisione volontaria. Però lasciare questa questione così sarebbe come semplificare la visione integrale del cambiamento di vita che porta con sé il CD nonché la profonda critica alla modernità capitalista che l’appello di Cemil Bayik implica.
Bayik scrive nel suo articolo di come le città sono state utilizzate per distruggere l’identità dei curdi, condannandoli alla precarietà ed alla instabilità lavorativa. Il capitalismo si è impiantato nel popolo curdo con la forza, lo ha espulso dai suoi villaggi, come ci racconta Bayik, lo ha condannato a vivere una “vita medio muerta en las afueras create dal capitalismo in Turchia”.
D’altra parte Bayik non scrive esplicitamente nel suo appello della questione ambientale, che non possiamo mettere da parte. Il movimento ha sempre lottato contro le mega-costruzioni che il governo ha tentato di fare nel Kurdistan, difendere l’ambiente è una questione prioritaria. L’industrialismo è, insieme allo Stato-nazione ed al capitalismo, uno dei pilastri della modernità capitalista che il movimento cerca di combattere. Le grandi opere sono una aggressione alla terra del Kurdistan che il movimento di liberazione non può consentire.
Il ritorno ai villaggi è una questione fondamentale per recuperare l’identità del popolo curdo nel segno ideale dello sviluppo della democrazia, delle comuni ecologiche ed economiche; il ritorno del popolo curdo permetterà lo sviluppo dell’autogestione, come scrive Bayik, ed è fondamentale che il ritorno della popolazione permetta la fioritura della agricoltura e dell’allevamento. Öcalan lo esprime così, “In nessun altro momento della storia l’umanità è stata così alleata della natura, della vita e della sociabilità.” Il ritorno ai villaggi curdi e la rigenerazione della vita rurale e villica nel Kurdistan è una questione fondamentale per la creazione della nazione democratica. Tornare ai villaggi curdi significa per Bayik “la costruzione di una società democratica e di una vita democratico-socialista basandosi sullo sviluppo della vita sociale.”
Che tipo di socialismo propone il CD?
Come abbiamo già detto, il PKK iniziò col marxismo-leninismo, per cui l’influenza socialista è stata presente fin dal principio nella ideologia del movimento di liberazione curdo. Nel riformularsi ideologicamente e nell’adottare il CD il movimento ha abbandonato il cosiddetto Socialismo Reale, per sostituirlo con un socialismo democratico. Il CD richiede una alternativa economica per realizzare i suoi obiettivi di democratizzazione, liberazione, uguaglianza e rispetto per l’ambiente, questa economia è il socialismo, l’unica capace di contrastare i problemi della ricerca continua di accumulazione di capitale che la modernità capitalista ha imposto e produce. Nel socialismo del CD le risorse della società non sono nelle mani dello Stato, bensì del popolo, l’economia sarà al servizio della società e si perseguirà l’autogestione.
Nella sua ultima Assemblea Generale il Kongra-Gel ha indicato l’importanza di sviluppare assemblee comunali e cooperative, le istituzioni base del socialismo che il movimento vuole.
Qual è il ruolo della donna nel processo rivoluzionario del popolo curdo?
Tradizionalmente la donna nel popolo curdo è stata molto più riconosciuta e valorizzata, godendo di più autorità e libertà rispetto agli altri popoli del Medio Oriente. Nonostante ciò la donna curda non è sfuggita all’influenza del patriarcato e ci sono stati all’interno della società curda abusi contro le donne, come i cosiddetti “delitti d’onore”, insieme ad altri atteggiamenti e pratiche maschilisti. Inoltre in certe zone del Kurdistan si è sofferto in modo più intenso delle interpretazioni sessiste dell’Islam che sono state imposte dalle autorità statali e religiose. A tutto ciò dobbiamo aggiungere il sessismo istituzionalizzato e la mercificazione con cui la modernità capitalista sottomette i popoli.
Di fronte a questa situazione dobbiamo essere consapevoli che in un progetto di liberazione sia nazionale che sociale, la liberazione della donna è una questione fondamentale. E’ questo il pensiero di Öcalan, il quale ha fatto presente che si può considerare la donna come una nazione sfruttata in sé e la sua liberazione è importante quanto la liberazione di classe o quella nazionale. Öcalan ha indicato nel sessismo uno dei pilastri ideologici dello Stato-nazione ed ha criticato i progetti del socialismo reale per aver inteso la questione di genere come secondaria. Pertanto la libertà ed i diritti della donna sono una questione chiave nella lotta per la democrazia e per la libertà nel Kurdistan, “senza una donna libera non vi può essere un Kurdistan libero”.
Il radicamento di queste idee sulla liberazione della donna si rende evidente anche nell’organizzazione del movimento di liberazione.
Tra i fondatori del PKK abbiamo Sakine Cansız, una donna assassinata a Parigi senza che le indagini abbiano trovato il colpevole. La presenza delle donne nel movimento è aumentata progressivamente fino a darsi una propria organizzazione all’interno del partito. Con i successivi cambiamenti nel partito, la componente femminile si è riorganizzata e ridenominata, fino alla forma organizzativa che oggi le donne hanno dentro il PKK (a sua volta integrato nella KCK). Le donne del movimento di liberazione curdo che agisce in Turchia si organizzano in tre organismi femminili: il PAJK, il movimento ideologico delle donne; lo YJA, il movimento sociale delle donne e YJA-Star, la forza di autodifesa delle donne. Queste tre organizzazioni si coordinano dentro la organizzazione ombrello KJB.
In Iran, anche il movimento di liberazione curdo aggregatosi intorno al PJAK, ha la sua propria organizzazione autonoma delle donne che si chiama YRK. Il sessismo istituzionale imposto dalle interpretazioni maschiliste dell’Islam, così forti in Iran, rende particolarmente importante la lotta delle donne curde nell’Iran, doppiamente dominata, come curde e come donne.
Anche in Siria le donne curde hanno creato la loro organizzazione, la Union-Star, collegata con il TEV-DEM e col PYD. Questa organizzazione si è formata nel 2005 ed ha “come obiettivo la costruzione di una società democratica ed ecologica. Il loro scopo è quello di abolire le costruzioni sociali di genere come fonte delle disuguaglianze e perseguire la liberazione delle donne dalla costrizione e dall’ingiustizia.”
In seguito alla grande presenza di donne ed all’importanza della questione femminile all’interno del YPG che esprime la guerriglia organizzata dai partiti curdi siriani per la loro autodifesa, si è giunti alla creazione di una specifica sezione femminile, la YPJ.
Guardando globalmente al movimento troviamo una grande importanza delle donne al suo interno, una continua attività contro il sessismo ed un’enorme presenza femminile. Nella KCK troviamo un sistema co-presidenziale degli incarichi, con uomini e donne in prima linea. E nelle numerose piattaforme come il TEV-DEM ed il PYD il 40% delle cariche va agli uomini, un altro 40% alle donne ed un 20% ad elezione neutra. Le donne, sia nelle assemblee delle organizzazioni come nelle assemblee delle zone liberate in cui si sono costituite assemblee comunali, partecipano con piena indipendenza e rispetto uguale a dovuto al maschio . Dal movimento si dispiega un’intensa attività in tutta la società per combattere la mentalità patriarcale insita tanto nelle donne, come forma di sottomissione, quanto negli uomini come forma di dominazione.
Questa è la realtà e non potrebbe essere altrimenti in un movimento veramente liberatore, l’importanza e la presenza delle donne nel processo rivoluzionario curdo è fondamentale e la questione della loro liberazione è fondamentale quanto la questione nazionale o sociale.
Ci sono altre fonti ispiratrici del CD oltre alla Ecologia Sociale applicata al popolo curdo?
In primo luogo, e come abbiamo già detto, la prima ragione dell’imporsi del CD è stata la capacità di autocritica e di analisi della realtà del momento storico, questioni che hanno portato allo svluppo di un’ideologia collegata al paradigma classico di liberazione nazionale legata alla creazione di uno Stato-nazione. Pertanto l’esperienza di lotta, la capacità autocritica e gli apporti teorici e pratici dei militanti del PKK prima, e dei successivi movimenti della KCK dopo, sono la prima fonte da cui scaturisce il CD rendendo possibile il proporsi di questa idea di liberazione del Kurdistan, esempio per il Medio Oriente e per i popoli del mondo.
L’influenza decisiva nel momento di accogliere il CD è stata quella della tradizione, della storia e della cultura del popolo curdo e del Medio Oriente, come dice Öcalan “la democratizzazione non è un fenomeno che fa la sua comparsa con la modernità europea, ma è una tendenza che viene da lontano. Le tendenze democratiche ci sono sempre state nelle società”. Il CD non è un paradigma nuovo per la liberazione, dato che esso sorge dalla storia dei popoli e dalla loro lotta per la libertà. Öcalan ha indicato l’organizzazione assembleare dei primi Sumeri o la concezione di patria e l’organizzazione decentralizzata dei clan e delle tribù, quali esempi storici della tradizione che fa parte del CD.
In quanto agli intellettuali che si sono distinti per la costruzione del pensiero del CD, dobbiamo citare Immanuel Wallerstein, le cui analisi del sistema capitalista e le cui critiche al modo di agire di quelli che egli ha chiamato movimenti antisistemici (socialisti e nazionalisti), hanno esercitato una importante influenza nella conformazione dell’analisi e nell’agire del movimento di liberazione curdo. Come Wallerstein ha indicato, uno dei grandi errori dei movimenti antisistemici è stato “fare della conquista del potere statale il faro delle attività del movimento”, cosa che la KCK ha compreso ed applicato alla sua strategia ed ai suoi scopi. Le analisi di questo sociologo sul sessismo e sul razzismo nel sistema mondo capitalista sono questioni di grande interesse che hanno potuto arricchire la visione di queste questioni all’interno del movimento di liberazione curdo. L’influenza di Wallerstein si è fatta sentire fino al punto da essere oggetto di una delle opere di Öcalan.
Un’altra influenza che non possiamo dimenticare è quella del marxismo. Come già detto, questa ideologia è stata nucleo della fondazione del movimento. Il movimento di liberazione curdo non ha rotto col marxismo, salvo aver iniziato una apertura di prospettiva ed un processo autocritico che ha portato al tipo di socialismo democratico che si incarna nel CD. Nell’articolo “La Rivoluzione Industriale ed il socialismo scientifico”, Öcalan ha espresso qual è la sua posizione di fronte al marxismo o al socialismo scientifico: “Invece di pensare al socialismo scientifico come sconfitto dal capitalismo è più appropriato e significativo prendere in considerazione la necessità di completarlo, perché comunque il marxismo ha successi molto importanti al suo attivo. Quello che ci serve è una spiegazione ed una presa di distanza dai errori. I miei tentativi vanno in questa direzione. In ogni caso, è necessario trovare un nuovo approccio critico e più sano. Questo è quello che sto cercando di fare”. Al di là della teoria definita da Ocalan, il confederalismo democratico o comunitarismo curdo, nelle le cui lotte sono coinvolti sia i guerriglieri che gran parte della società civile è arricchito e influenzato da movimenti come il neozapatismo, da intellettuali come Foucault, e dalla letturatura in generale femminista, dai (neo)anarchici, dai comunisti libertari, dai comunalisti ed ecologisti sociali come Ercan, un attivista coinvolto nelle lotte ambientali e nel comunitarismo curdo.

Ma rimane pilastro fondamentale la figura di Öcalan che ha saputo essere pioniere nel momento di collegare la questione nazionale curda alla questione sociale, che fu capace di cogliere il momento per fare quella autocritica necessaria per avanzare verso il CD, riunendo le varie infleunze che abbiamo citato, le idee e gli apporti personali, della tradizione curda e del movimento curdo in generale.

Traduzione a cura di FdCA-Ufficio Relazioni Internazionali
http://www.alasbarricadas.org/noticias/node/26224

http://www.fdca.it/paesi/turchia/kurdistan-confederalismodemocratico.htm

La Nato dietro il piano Erdogan

Pubblicato: 1 ottobre 2014 in News

ErdoganSi è formato «underground» negli ultimi due anni, approfittando del «caos della guerra civile in Siria»: così il presidente Obama ricostruisce in una intervista a 60 Minutes la genesi dell’Isis, dicendo di averlo «sottostimato» e di aver «sovrastimato» la capacità dell’esercito iracheno di combatterlo. Ragione per cui gli Stati uniti «riconoscono che la soluzione sta divenendo militare». Obama prende così due piccioni con una fava: da un lato si assume la falsa colpa di aver sottovalutato l’Isis, non quella reale di averne agevolato lo sviluppo armando e infiltrando gruppi islamici in Siria e Iraq, dall’altro presenta l’immagine di una amministrazione dalle mani pulite oggi costretta a ricorrere alla forza militare per proteggere dall’Isis i civili siriani, curdi e iracheni.

Gli attacchi Usa si concentrano sugli impianti petroliferi siriani, con la motivazione che sono sfruttati dall’Isis: il piano è sicuramente quello di demolire l’intera rete delle restanti industrie e infrastrutture siriane per far crollare il governo di Damasco. Esse vengono colpite non solo dall’aria ma anche dal mare: due navi da guerra Usa, la Uss Arleigh Burke e la Uss Philippine Sea, stanno lanciando dal Mar Rosso e dal Golfo Persico centinaia di missili da crociera sugli impianti siriani. Contemporaneamente, mentre vengono armati e addestrati «gruppi ribelli siriani moderati», si sta preparando l’operazione di terra sotto il paravento del cosiddetto «piano Erdogan».

Il piano, ufficialmente proposto dal presidente turco, prevede la creazione di una «zona cuscinetto» in territorio siriano lungo il confine con la Turchia, rafforzata da una «no-fly zone» stabilita sulla Siria nord-orientale formalmente per proteggere i civili dagli attacchi degli aerei governativi siriani (che di fatto già oggi non possono sorvolare la zona, dominata dalla U.S. Air Force). Il piano è in realtà frutto della strategia Usa/Nato: lo confermano il segretario Usa alla difesa Hagel e il generale Dempsey, la massima autorità militare Usa, che si sono detti «disponibili a considerare la richiesta del presidente Erdogan». La creazione di una zona cuscinetto è «divenuta una possibilità», ha dichiarato il generale Dempsey, aggiungendo che essa richiederebbe «attacchi aerei per mettere fuori uso il sistema di difesa aerea del governo siriano» (The New York Times, 27 settembre).

La Turchia è l’avamposto dell’operazione militare contro la Siria: qui la Nato ha oltre venti basi aeree, navali e di spionaggio elettronico, rafforzate nel 2013 da 6 batterie di missili Patriot statunitensi, tedesche e olandesi, in grado di abbattere velivoli nello spazio aereo siriano. A queste basi si è aggiunto uno dei più importanti comandi dell’Alleanza: il Landcom, responsabile di tutte le forze terrestri dei 28 paesi membri, attivato a Izmir (Smirne) (v. il manifesto del 16 luglio 2013). Lo spostamento del comando delle forze terrestri alleate dall’Europa alla Turchia – a ridosso del Medio Oriente (in particolare Siria, Iraq e Iran) e del Caspio – indica che, nei piani Usa/Nato, si prevede l’impiego anche di forze terrestri in quest’area di primaria importanza strategica.

Il Landcom, agli ordini del generale Usa Hodges, fa parte del Jfc Naples, la Forza congiunta alleata con quartier generale a Lago Patria, agli ordini dell’ammiraglio Usa Ferguson, che è allo stesso tempo comandante della Forza congiunta alleata, delle Forze navali Usa in Europa e delle Forze navali del Comando Africa. Un gioco strategico delle tre carte, che permette al Pentagono di mantenere sempre il comando.

Come documentano anche inchieste del New York Times e del Guardian, nelle province turche di Adana e Hatai, confinante con la Siria, la Cia ha aperto centri di formazione militare di combattenti da infiltrare in Siria, nei quali sono stati addestrati gruppi islamici (prima bollati da Washington come terroristi) provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi. Le armi arrivano soprattutto via Arabia Saudita e Qatar. A bordo di navi Nato nel porto di Alessandretta c’è il comando delle operazioni. Quello che sta preparando il «piano Erdogan».

Manlio Dinucci

(il manifesto, 30 settembre 2014)

Tutti contro i «terroristi stranieri»

Pubblicato: 1 ottobre 2014 in News

ONUUna «risoluzione storica»: così l’ha definita il presidente degli Stati uniti Obama, dandosi la parola in veste di presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu. La risoluzione 2178 sui «combattenti terroristi stranieri» (il cui testo è stato anticipato dal manifesto martedì scorso), adottata dal Consiglio di sicurezza all’unanimità, è «legalmente vincolante» per tutti gli Stati membri dell’Onu.

Essi sono obbligati a «prevenire il reclutamento, l’organizzazione, il trasporto e l’equipaggiamento di individui che si recano in altri Stati allo scopo di pianificare, preparare o attuare atti terroristici, oppure di fornire o ricevere addestramento terroristico e finanziamenti per tali attività». A tale scopo tutti gli stati dovranno varare apposite legislazioni, intensificare i controlli alle frontiere, perseguire e condannare i terroristi (o presunti tali), accrescendo la cooperazione internazionale, anche attraverso accordi bilaterali, e lo scambio di informazioni per identificare i sospetti terroristi.

La risoluzione esprime in generale «preoccupazione per la costituzione di reti terroristiche internazionali», lasciando ogni Stato libero di stabilire quali siano i gruppi terroristici da combattere: da qui il voto favorevole di Russia e Cina. Subito dopo, però, la risoluzione sottolinea «la particolare e urgente esigenza di prevenire il sostegno a combattenti terroristi stranieri associati allo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis)».

Il ministro degli esteri russo Lavrov, pur senza nominare gli Stati uniti, ha dichiarato al Consiglio di sicurezza che le organizzazioni terroristiche si sono rafforzate in Medio Oriente, Africa e Asia centrale «dopo l’intervento in Iraq, il bombardamento della Libia, l’appoggio esterno agli estremisti in Siria», accusando di fatto Washington di aver favorito la formazione dei gruppi terroristi e dello stesso Isis (come abbiamo ampiamente documentato su questo giornale). Il ministro degli esteri cinese Wang Yi ha sottolineato che «le azioni militari devono conformarsi alla Carta delle Nazioni unite» e che «devono essere evitati i doppi standard» (ossia i due pesi e le due misure).

Approvando la risoluzione, Mosca e Pechino hanno però di fatto permesso a Washington di usarla quale motivazione «legale» per l’azione militare lanciata in Medio Oriente che, diretta formalmente contro l’Isis, mira alla completa demolizione della Siria, finora impedita dalla mediazione russa in cambio del disarmo chimico di Damasco, e alla rioccupazione dell’Iraq. Lo conferma il fatto, che gli attacchi aerei lanciati in Siria dagli Stati uniti, con il concorso di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, si concentrano sulle raffinerie modulari e altri impianti petroliferi siriani, con la motivazione che sono sfruttati dall’Isis. In base alla stessa motivazione, gli Usa possono distruggere l’intera rete di industrie e infrastrutture siriane per far crollare il governo di Damasco.

Dietro l’apparente unanimità con cui è stata approvata la risoluzione al Consiglio di sicurezza, si nasconde un confronto sempre più acuto Ovest-Est innescato dalla strategia statunitense. Nel discorso pronunciato all’Assemblea generale dell’Onu, prima della riunione del Consiglio di sicurezza, il presidente Obama mette «l’aggressione russa in Europa» sullo stesso piano della «brutalità dei terroristi in Siria e Iraq», sottolineando che «le azioni della Russia in Ucraina sfidano l’ordine del dopo guerra fredda», riportandoci «ai giorni in cui le grandi nazioni calpestavano le piccole perseguendo le loro ambizioni territoriali» (da che pulpito viene la predica!). . Per questo «rafforzeremo i nostri alleati Nato e imporremo un costo alla Russia per la sua aggressione».

Ribadisce quindi, rivolgendosi indirettamente alla Cina, che «l’America è e continuerà ad essere una potenza del Pacifico», dove promuove «pace e stabilità». Dove in realtà sta spostando forze e basi militari in funzione di «contenimento» della Cina, che si sta riavvicinando alla Russia.

Un confronto tra potenze nucleari, accelerato dalla corsa al riarmo lanciata dal presidente Obama (v. il manifesto del 24 settembre), che riceve ora il sostegno di un altro Premio Nobel per la pace, Lech Walesa. Come salvaguardia contro la Russia, ha dichiarato mentre la Nato iniziava una grande esercitazione in territorio polacco, «la Polonia deve procurarsi armi nucleari».

Manlio Dinucci

(il manifesto, 27 settembre 2014)

ObamaAlla 69a sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni unite, che si apre oggi a New York sotto la sua presidenza, il presidente degli Stati uniti Obama domani «chiamerà il mondo a raccolta contro la minaccia dell’Isis». Subito dopo lo stesso Obama presiederà una speciale riunione del Consiglio di sicurezza, che dovrebbe approvare una risoluzione presentata dagli Stati uniti.

A quanto si legge nella bozza fatta circolare giorni fa dall’agenzia di stampa Reuters, la risoluzione si concentra su uno specifico aspetto della campagna contro lo «Stato islamico dell’Iraq e della Siria»: quello di obbligare tutti i paesi a «prevenire e sopprimere il reclutamento, l’organizzazione, il trasporto e l’equipaggiamento di individui che si recano in altri Stati allo scopo di pianificare, preparare o attuare atti terroristici, oppure di fornire o ricevere addestramento terroristico e finanziamenti per tali attività». In base al capitolo 7 dello Statuto delle Nazioni Unite, il Consiglio di sicurezza avrebbe l’autorità di adottare misure per obbligare gli Stati ad attenersi a quanto stabilito nella risoluzione.

La risoluzione sarebbe condivisibile, se non costituisse il grimaldello con cui gli Stati uniti cercano di ottenere il timbro dell’Onu al loro piano strategico, formalmente incentrato sulla lotta contro lo «Stato islamico dell’Iraq e della Siria». Se la risoluzione fosse realmente applicata, i primi contro cui il Consiglio di sicurezza dovrebbe adottare sanzioni ed altre misure sarebbero proprio gli Stati uniti.

Sono stati gli Usa e i maggiori alleati Nato, come già ampiamente documentato, a finanziare, armare e addestrare in Libia nel 2011 gruppi islamici fino a poco prima definiti terroristi, tra cui i primi nuclei del futuro Isis; a rifornirli di armi attraverso una rete organizzata dalla Cia (documentata da un’inchiesta del New York Times, v. il manifesto del 27 marzo 2013) quando, dopo aver contribuito a rovesciare Gheddafi, sono passati in Siria per rovesciare Assad; sono stati sempre gli Usa e la Nato ad agevolare l’offensiva dell’Isis in Iraq (nel momento in cui il governo al-Maliki si allontanava da Washington, avvicinandosi a Pechino e a Mosca), fornendogli, in base a un piano sicuramente coordinato dalla Cia, finanziamenti, armi e vie di transito tramite Arabia Saudita, Qatar, Kuwait, Turchia, Giordania. Secondo funzionari dell’intelligence intervistati dal New York Times, vi sono in Siria e Iraq circa 15mila combattenti stranieri provenienti da 80 paesi, tra cui oltre 2mila statunitensi ed europei.

Se la risoluzione fosse realmente applicata, il primo uomo politico contro cui il Consiglio di sicurezza dovrebbe prendere provvedimenti sarebbe il senatore statunitense John McCain che, su incarico dell’amministrazione Obama, ha incontrato in Siria nel maggio 2013 il capo dell’Isis, Ibrahim al-Badri, oggi noto col nome di battaglia di Abu Bakr al-Baghdadi (v. foto sul manifesto del 9 settembre 2014).

Poiché la risoluzione lascia ogni Stato libero di stabilire quali siano i gruppi terroristici da combattere, viene data come probabile la sua approvazione all’unanimità, anche da parte di Russia e Cina. In tal modo, però, gli Stati uniti avrebbero di fatto mano libera nel lanciare la «guerra globale al terrorismo versione 2.0» che, incentrata apparentemente sull’Isis, mira alla completa demolizione della Siria, finora impedita dalla mediazione russa in cambio del disarmo chimico di Damasco, e la rioccupazione dell’Iraq. Ad esempio, invocando la risoluzione del Consiglio di sicurezza, gli Usa potrebbero bombardare una base governativa in Siria, asserendo di avere le prove che è un centro di addestramento di terroristi.

Tutto ciò rientra nella strategia dell’«impero americano d’Occidente» che, perdendo terreno sul piano economico e politico di fronte alla Cina ed altre potenze emergenti o riemergenti – anzitutto la Russia, contro cui Usa e Nato hanno lanciato in Europa una nuova guerra fredda – getta sul piatto della bilancia la spada della sua superiorità militare, mirando oltre: all’Iran e, nella regione Asia/Pacifico, alla stessa Cina. Utile fonte di profitti per le multinazionali statunitensi ed europee, ma allo stesso tempo temuta perché, accordandosi con la Russia, può creare una potenza euroasiatica in grado di contrapporsi alla superpotenza statunitense e, in generale, al ruolo dominante dell’Occidente.

Manlio Dinucci

(il manifesto, 23 settembre 2014)

Operazione Isis, l’obiettivo è la Cina

Pubblicato: 17 settembre 2014 in News

ISISMentre l’Isis diffonde attraverso le compiacenti reti mediatiche mondiali le immagini della terza decapitazione di un cittadino occidentale, suona un altro campanello di allarme: dopo essersi diffuso in Siria e Iraq, l’Isis sta penetrando nel Sud-Est asiatico. Lo comunica la Muir Analytics, società che fornisce alle multinazionali «intelligence contro terrorismo, violenza politica e insurrezione», facente parte dell’«indotto» della Cia in Virginia, usata spesso dalla casa madre per diffondere «informazioni» utili alle sue operazioni.

Campo in cui la Cia ha una consolidata esperienza. Durante le amministrazioni Carter e Reagan essa finanziò e addestrò, tramite il servizio segreto pachistano, circa 100mila mujaheddin per combattere le forze sovietiche in Afghanistan. Operazione a cui partecipò un ricco saudita, Osama bin Laden, arrivato in Afghanistan nel 1980 con migliaia di combattenti reclutati nel suo paese e grossi finanziamenti. Finita la guerra nel 1989 con il ritiro delle truppe sovietiche e l’occupazione di Kabul nel 1992 da parte dei mujaheddin, le cui fazioni erano già in lotta l’una con l’altra, nacque nel 1994 l’organizzazione dei taleban indottrinati, addestrati e armati in Pakistan per conquistare il potere in Afghanistan, con una operazione tacitamente approvata da Washington. Nel 1998, in una intervista a Le Nouvel Observateur, Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale Usa, spiegò che il presidente Carter aveva firmato la direttiva per la formazione dei mujaheddin non dopo ma prima dell’invasione sovietica dell’Afghanistan per «attirare i russi nella trappola afghana». Quando nell’intervista gli fu chiesto se non si fosse pentito di ciò, rispose: «Che cosa era più importante per la storia del mondo? I taleban o il collasso dell’impero sovietico?».

Non ci sarebbe quindi da stupirsi se in futuro qualche ex consigliere di Obama ammettesse, a cose fatte, ciò di cui già oggi si hanno le prove, ossia che sono stati gli Usa a favorire la nascita dell’Isis, su un terreno sociale reso «fertile» dalle loro guerre, per lanciare la strategia il cui primo obiettivo è la completa demolizione della Siria, finora impedita dalla mediazione russa in cambio del disarmo chimico di Damasco, e la rioccupazione dell’Iraq che stava distaccandosi da Washington e avvicinandosi a Pechino e Mosca. Il patto di non-aggressione in Siria tra Isis e «ribelli moderati» è funzionale a tale strategia (v. sul manifesto del 10 settembre la foto dell’incontro, nel maggio 2013, tra il senatore Usa McCain e il capo dell’Isis facente parte dell’«Esercito siriano libero»).

In tale quadro, l’allarme sulla penetrazione dell’Isis nelle Filippine, in Indonesia, Malaysia e altri paesi a ridosso della Cina – lanciato dalla Cia attraverso una sua società di comodo – serve a giustificare la strategia già in atto, che vede gli Usa e i loro principali alleati concentrare forze militari nella regione Asia/Pacifico. Là dove, avvertiva il Pentagono nel 2001, «esiste la possibilità che emerga un rivale militare con una formidabile base di risorse, con capacità sufficienti a minacciare la stabilità di una regione cruciale per gli interessi statunitensi».

La «profezia» si è avverata, ma con una variante. La Cina viene temuta oggi a Washington non tanto come potenza militare (anche se non trascurabile), ma soprattutto come potenza economica (al cui rafforzamento contribuiscono le stesse multinazionali Usa fabbricando molti loro prodotti in Cina). Ancora più temibile diventa la Cina per gli Usa in seguito a una serie di accordi economici con la Russia, che vanificano di fatto le sanzioni occidentali contro Mosca, e con l’Iran (sempre nel mirino di Washington), importante fornitore petrolifero della Cina. Vi sono inoltre segnali che la Cina e l’Iran siano disponibili al progetto russo di de-dollarizzazione degli scambi commerciali, che sferrerebbe un colpo mortale alla supremazia statunitense.

Da qui la strategia annunciata dal presidente Obama, basata sul principio (spiegato dal New York Times) che, in Asia, «la potenza americana deve seguire i suoi interessi economici». Gli interessi Usa che seguirà l’Italia partecipando alla coalizione internazionale a guida Usa «contro l’Isis».

Manlio Dinucci

(il manifesto, 16 settembre 2014)